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mercoledì 2 luglio 2008

Fino a quando potremo reggere un'edilizia fine a se stessa?

Articolo di BresciaOggi del 30 giugno 2008.



Vi ricordo una bella iniziativa: il censimento delle brutture varato dal Fai, annunciato anche da “Bresciaoggi”. Tutti possono segnalare gli ecomostri che sfregiano il paesaggio italiano. Basta ritirare l’apposita cartolina presso le agenzie della Banca Intesa SanPaolo o presso le filiali e le delegazioni del Fai o i punti vendita Ricordi e Feltrinelli e compilarla; c’è tempo sino al 30 ottobre. Chi usa abitualmente Internet può anche indicare gli ecomostri collegandosi col sito ufficiale del Fai.

L’iniziativa del Fondo per l’ambiente italiano s’intitola «Cancelliamo insieme le brutture d’Italia», slogan della quarta edizione dei «Luoghi del cuore». Gli «orrori» sono innumerevoli e molti si “ammirano”, si fa per dire, anche qui sulle sponde del nostro Garda, in particolare sulla Riviera di Salò. Alcuni li ho già segnalati, ma ce ne sono anche altri e purtroppo continuano a crescere sotto gli occhi di tutti, senza che gli amministratori pubblici (e in particolare quelli del Parco Alto Garda) battano ciglio!

Giulia Maria Crespi, coraggiosa presidente del Fai afferma: «Non basta più guardare gli ecomostri, dobbiamo unire la ragione al cuore. Solo così possiamo liberarci da questa sorta di assuefazione al brutto che è attorno a noi». La campagna del Fai ha già avuto testimonial ben noti, a cominciare dal ministro Bondi. Hanno pure aderito Beppe Grillo, Milena Gabanelli, Sabrina Ferilli, Lucio Dalla, Antonio Ricci (che ha messo a disposizione gli inviati di “Striscia la notizia”) nonché moltissimi altri personaggi. E naturalmente al Fai le adesione continuano a giungere a valanga.

Corrado Passera della Banca Intesa SanPaolo ha affermato che si tratta di un «esempio di partecipazione concreta dei cittadini: sui temi importanti la gente ha voglia davvero di partecipare». E lo dimostra qui da noi il libro promosso dai “Nuovi Amici di Gardone Riviera” curato da Enrico Bosco e intitolato «Gardone Riviera fra passato e futuro» in cui gli scempi grandi e piccoli sono documentati con fotografie a confronto.

Un’iniziativa che sta riscuotendo particolare interesse e che probabilmente avrà seguito in altri paesi. La battaglia in difesa della Bella Italia ha il suo ispiratore in Pier Paolo Pasolini, che nel 1974 lanciò un appello per salvare il borgo di Orte nel Viterbese aggredito dal cemento. Fu un grido inascoltato. La sensibilità per difendere il Bel Paese è dura a maturare. Lo dimostra il fatto, ha osservato ancora Giulia Maria Crespi, che nell’ultima campagna elettorale «nessuno ha parlato dell’importanza del paesaggio, dell’arte, della cultura».

Il mondo politico sembra in genere ancora credere a quanto affermò nel 1849 il deputato francese Martin Nadaud all’assemblea legislativa: «Quand le bâtiment va, tout va», quando si costruisce tutto va bene. L’aforisma era forse valido nell’Ottocento, ma nel terzo millennio va interpretato «cum grano salis», direbbe Plinio il Vecchio: con un po’ di buon senso!

L’edilizia per l’edilizia, soprattutto brutta, e non necessaria, è distruttiva. Il presidente di Italia Nostra, Giovanni Losavio, ha lanciato nel dicembre scorso un forte appello per la tutela del paesaggio gardesano. «Il Lago di Garda rischia di rappresentare il peggior esempio italiano di governo del paesaggio per assenza di tutela», ha dichiarato.

E ancora: «Nell’ultimo decennio, pesanti interventi di edilizia speculativa hanno gravemente compromesso l'ambiente lacustre, specialmente perché gli “strumenti della tutela del paesaggio” non hanno degnamente svolto il loro compito: il Piano paesistico regionale non è precettivo, il piano territoriale paesistico provinciale pare inefficace e la sub-delega regionale ai comuni in materia di rilascio delle autorizzazioni paesistiche nelle aree soggette a vincolo ambientale hanno consentito innumerevoli scempi che la sezione di Brescia di Italia Nostra da anni denuncia». E gli esempi, purtroppo, non sono solamente quelli indicati da Italia Nostra.



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lunedì 30 giugno 2008

Sul nuovo codice dei Beni Culturali e del Paesaggio

Stralcio dell'articolo di BresciaOggi del 9 giugno 2008.



Il nuovo codice dei Beni culturali e del Paesaggio si trova sul dossier mensile di maggio, numero 5, della “Guida al diritto” del «Sole 24ore», curato da Rosa Maria Attanasio, Carmine De Pascale e Simona Gatti, schede e tabelle di Anna Corrado; un dossier estremamente aggiornato: decreti legislativi, i precedenti, la guida alla lettura e i commenti di autorevoli specialisti. I curatori scrivono che "il testo unico dei beni culturali e del paesaggio cambia per la terza volta".

Dopo l'emanazione nel 2004 del cosiddetto “Codice Urbani”, le prime correzioni furono introdotte con i Dlgs nn. 156 e 157 e oggi ampliate e aggiornate dai decreti n. 62 e n. 63 in vigore dal 15 aprile 2008. Il primo provvedimento riguarda i singoli beni, mobili e immobili, di valore culturale, l'altro il paesaggio». Gli interventi sui beni culturali hanno carattere di dettaglio e settoriale: sono fissati, ad esempio, i principi generali della circolazione internazionale delle cose d’interesse storico e artistico e sono previsti gli obblighi degli enti pubblici per la conservazione e l'ordinamento dei propri documenti.

Le innovazioni più rilevanti riguardano il tema del territorio dove viene ampliato e modificato il regime delle prescrizioni e il Soprintendente arriva ad avere un ruolo di primo piano visto che, fino al 2009 o comunque fino a che non saranno adeguati gli strumenti urbanistici, sarà titolare di un parere vincolante. Altra importante novità è l'iter per il rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche attraverso il quale il legislatore ha cercato di coniugare il rafforzamento della tutela e la semplificazione delle procedure. Invariata, invece, la norma sull'insanabilità degli abusi già eseguiti.

Il decreto n. 63 prevede due tipi di abusi: il primo sanabile, se vi è compatibilità paesaggistica; un altro assolutamente insanabile nel caso di volumi o superfici aggiuntive e ristrutturazioni. E’ quindi ribadito che la tutela e la valorizzazione del paesaggio e del patrimonio culturale «concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura». Viene anche affermato il concetto che tale patrimonio «è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici. I beni del patrimonio culturale di appartenenza pubblica sono destinati alla fruizione della collettività, compatibilmente con le esigenze di uso istituzionale». [...]


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giovedì 26 giugno 2008

Gli economisti? Cominciano a parlare di sviluppo sostenibile ...

Stralcio dell'articolo del Giornale di Brescia del 25 giugno 2008. Ieri il dibattito con Solow, Richard Ernst, Dennis Snower e Odifreddi



Pubblico ristretto, con lo «zoccolo duro» degli studenti della Summer School a seguire attentamente due Nobel, un economista e un matematico nella discussione sul tema «Crescita, sviluppo e sostenibilità». [...] L’idea di un contatto costante fra giovani di diverse nazioni è l’humus sul quale poter costruire le basi di un rinascimento sociale globale attorno al quale ieri hanno ragionato Robert Solow (Nobel per l’Economia 1987), Richard Ernst (Nobel per la Chimica nel 1991) e l’economista Dennis Snower, nel corso del dibattito moderato dal matematico Piergiorgio Odifreddi.[...]

Ha fatto un certo effetto sentire degli economisti cresciuti a robuste dosi di liberismo fare accenni «francescani» sulla necessità di cambiare strada nella valutazione della persona, che non solo sul mero denaro deve misurare il proprio stato di felicità. E ancora. Proprio Robert Solow ha aperto la strada ad una concezione nuova della crescita economica. Solow non rinuncia al ruolo «terapeutico» della crescita, ma apre alla necessità che le ricchezze del pianeta vengano suddivise equamente e che s’introduca una tassa sull’ambiente.

Questo - spiega - perchè ciò che inquina meno deve essere premiato. Ernst punta ancora più in alto, crede in una società fondata su nuovi valori, che siano più puntati sulla «misericordia» che sul «profitto». A questo punto nasce la divisione fra le menti economiche e quella pur scientifica, ma legata al laboratorio, di Ernst. L’invito a superare la scuola dell’egoismo dell’ultimo, viene ripresa e rielaborata da Solow e Snower che, in un’alternativa percorribile, suonano la sveglia di una crescita globale condivisa. Dare maggiori opportunità di ricchezza, nell’ottica di una corretta gestione, può salvare il mondo da molte attuali storture e sperequazioni. Una «next generation» in grado di coltivare ambizioni diverse dal possesso personale ha bisogno di tempo, almeno 100 anni prevedono Solow e Snower.

Nel frattempo diventa imperativo ridurre i consumi, perchè oggi i mercati non garantiscono un’equa distribuzione delle risorse e non limitano l’inquinamento ambientale. E affinché il progetto vada in porto i Nobel seduti attorno ad un tavolo discutono del concetto stesso di democrazia. Nel senso che solo una limitazione sensibile del primato indiscusso della maggioranza può essere la porta d’accesso alla soluzione dei problemi delle diversità e alla promozione dei diritti della minoranza. In tal senso i gruppi di interesse, in sostanza le lobbies, «sono un grande pericolo» che frena la costruzione di nuovi modelli sociali.

Peccato che questo insegnamento sia stato dimenticato dapprima proprio negli Usa... anche se pare che il modello sociale-economico proposto dai Nobel ad Iseo punti dritto verso un nuovo indirizzo: il «neoliberismo» potrebbe essere messo nel ripostiglio per ripristinare un più sano «liberismo condiviso». Far pagare una tassa sulle materie più inquinanti è un fatto che deve seguire regole globali. Proprio per questo lo scenario è davvero complesso: quale Stato sarà disposto a rinunciare alla propria sovranità in cambio di uno sviluppo mondiale sostenibile? Il momento è complesso: viviamo in un mercato globale, non in un sistema globale, quindi la domanda è: sarà accordo o guerra?
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mercoledì 25 giugno 2008

Il vortice dello sviluppo (non sostenibile)

Articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 26 marzo 2008. Nelle sue lezioni sulla democrazia il politologo Giovanni Sartori denuncia la «crescita insostenibile», tra penuria idrica e crisi energetica. "Il mercato non salverà la Terra. Le teorie degli economisti sono vane dinanzi ai rischi demografici e ambientali".



Qual è il rapporto tra democrazia e sviluppo economico? Nel secondo dopoguerra ha trionfato la dottrina economicistica che sostiene che per trasformare i regimi autocratici in democrazie occorre una crescita di benessere, e che il benessere porta automaticamente con sé la democrazia. Insomma, la democrazia dipende dai soldi e nasce con i soldi. È proprio così? Direi di no. Cominciamo con il rapporto tra democrazia e mercato. È ormai assodato che una democrazia senza sistema di mercato è poco vitale. Ma non è vero il contrario. Un'economia di mercato può esistere e fiorire senza democrazia, o precedendo la democrazia: vedi Singapore, Taiwan, Corea del Sud, Cina. Altro quesito: se la democrazia produca benessere. Sì, ma anche no.

L'America Latina è stata impoverita anche dalla democrazia, perché la democrazia induce o può indurre a consumare più di quello che si produce o si guadagna. E le «democrazie in deficit» sono state e continuano a essere frequenti. Guardiamo allora all'aspetto nuovo del problema, al rapporto tra democrazia e sviluppo. Finora si è argomentato, per un verso, che il benessere promuove la democrazia e, dall'altro, che il denaro la corrompe e la compra. Ma finora il rapporto tra Stato e mercato vedeva uno Stato che variamente regolava e interferiva nel mercato. Ma recentemente, con la globalizzazione, si è creato lo «sviluppismo», una dinamica, un vortice che nessuno (neanche gli Stati) riesce a disciplinare né a frenare, uno svilupparsi a ogni costo, il più presto possibile, alla maggiore velocità possibile.

È bene che sia così? Sarebbe un bene se vivessimo in un pianeta sottopopolato e, diciamo, dieci volte più grande del nostro con risorse praticamente integre. Il guaio è che il nostro è un pianetino disperatamente sovrappopolato, nel quale la crescita non può essere illimitata, e che da qualche decennio è entrato nel vortice di uno «sviluppo non sostenibile», tale perché consuma più risorse di quante ne produca, e che attinge a risorse in via di esaurimento.

Ma di questo sviluppo non sostenibile il grosso degli economisti non si vuole nemmeno accorgere. Il loro mantra è che a tutti i problemi dello sviluppo infinito e della crescita a gogò provvederà il mercato, quando sarà tempo di provvedere. Ma no, proprio no. Dicevo dello sviluppo non sostenibile, e che questo problema non è affrontato e tanto meno risolto dai meccanismi di mercato.

Intanto, mercato e sistema economico non coincidono. Il mercato non contabilizza tantissime cose, per esempio i «beni collettivi», quei beni che nessuno paga e che sono pagati, di regola, dalle tasse. Gli esempi classici sono la polizia, la sicurezza, le strade. Se chiedo l'intervento della polizia, non è che poi ricevo il conto da pagare. Né pago per l'illuminazione stradale. Ma ci sono casi più complicati. Prendiamo gli alberi, una foresta. Sono beni collettivi? Nella misura in cui forniscono il servizio di pulire l'aria, di fornire legno e di proteggere la fertilità del suolo, direi di sì. Ma non per il mercato. Chi abbatte alberi mette in conto soltanto il costo del loro abbattimento. Il costo della distruzione di una foresta va in cavalleria.

Lo stesso vale per l'acqua. Quella di superficie che è canalizzata viene di solito fatta pagare, ma l'acqua freatica, l'acqua di falda, no; chi la estrae paga soltanto il costo dell'estrazione. Va bene finché il consumo dell'acqua di falda viene pareggiato dalla sua sostituzione naturale. Ma altrimenti il consumo in eccesso produce un danno collettivo che non viene pagato né contabilizzato.

Poi ci sono le cosiddette externalities, gli «effetti esterni». Chi inquina l'acqua o avvelena l'aria con «gas serra» produce danni che il danneggiante non paga e che il mercato non registra. Eppure si tratta di danni colossali, con costi di ripristino e di riparazione — che sicuramente si renderanno necessari — altrettanto colossali.

Il succo del discorso è che gli economisti si sono chiusi nel recinto del mercato, e che non avvertono che la crescita e la prosperità economica sono ormai crescite in deficit, pagate, in proporzioni sempre crescenti, da un collasso ecologico su scala planetaria.

Un ulteriore limite del mercato è che è lento, che è miope. Non anticipa i tempi, ma al contrario prevede e calcola solo a brevissimo raggio. Quando si dice markets do not clear, si sottintende che i mercati non sbrogliano i problemi in tempo, che affrontano i nuovi problemi quando è troppo tardi. Tra pochi decenni il petrolio diventerà insufficiente. Che cosa dice l'economista? Dice: va bene, quando il petrolio diventerà scarso, il prezzo salirà e renderà competitivi prodotti sostitutivi, per esempio metanolo e biodiesel ricavati da piante zuccherine.

Tante grazie! Dal momento in cui il petrolio arriverà, mettiamo, a 150-200 dollari al barile a quando lo potremo sostituire con i biocombustibili passerano 4-5 anni. Dovremo far crescere le piante, costruire le fabbriche, organizzare una rete di distribuzione, adattare le automobili. Che cosa faremo nel frattempo? Nell'affidarsi ai «miracoli» del mercato gli economisti ignorano anche che i biocombustibili non basteranno, anche perché le coltivazioni, diciamo, «petrolifere» si sviluppano a danno dell'agricoltura che produce grano e che ci sfama.

Non c'è abbastanza territorio per produrre contemporaneamente piante per la benzina e prodotti alimentari. Siamo saturi, eppure gli economisti non se ne accorgono.Un altro esempio. Non mi sono ancora imbattuto in un economista che affronti davvero il problema della scarsità già grave e sicuramente crescente dell'acqua. Secondo le regole di mercato, per rimediare occorre che l'acqua venga a costare quanto la desalinizzazione del mare. Ma l'agricoltura non potrà mai affrontare questo enorme costo di estrazione e anche di distribuzione.

Senza contare che ci manca l'energia (altro problema!) per mettere in moto questo processo. E così la vita stessa di un miliardo e anche più di persone si troverà, in tempi abbastanza brevi, in pericolo. È uno scenario terrificante. Il punto è che il mercato arriva tardi e male per fronteggiare i drammatici cambiamenti in corso, mentre dall'altro lato li accelera e li aggrava, innescando sempre più uno «sviluppismo cieco» destinato all'implosione. La terra è già popolata da sei miliardi e mezzo di persone, e il loro numero è ancora in crescita.

Per gli economisti e per i demografi la sovrappopolazione è un problema extraeconomico, che non li riguarda. Addirittura molti di loro sostengono che bisogna essere prolifici perché occorre una forza lavoro crescente, altrimenti l'economia ristagna o diventa difficile pagare le pensioni. Ma questo è un vortice senza fine. Lo sarà ancora di più quando saremo 9-10 miliardi.

Nel frattempo una crescita demografica fuori controllo ci sta inesorabilmente portando al disastro climatico e al collasso idrico. Senza che quasi nessuno (inclusi gli economisti) se ne avveda. Il paradosso è che il sistema economico di mercato ha per circa duecento anni promosso la liberaldemocrazia, mentre ora la minaccia con un'accelerazione fuori controllo, la cui implosione può travolgere anche la democrazia che aveva allevato. Un cataclisma climatico e ambientale può affossare, assieme a tutto il resto, anche la città libera.

Perché lo sviluppo non sostenibile è anche uno sviluppo inaccettabile. Che impone un ritorno a quel passato di carestie e di povertà che ci eravamo lasciati alle spalle.
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lunedì 23 giugno 2008

Lo scempio: quel che non volevamo ma ci è stato imposto

Articolo di BresciaOggi pubblicato il 19 maggio 2008.



E' da poco uscito un libro «I beni culturali e il paesaggio». Il sottotitolo precisa ulteriormente il tema: «Le leggi, la storia, le responsabilità». Lo pubblica Zanichelli e lo hanno scritto due docenti, studiosi della materia, Francesco Bottari e Fabio Pizzicannella. Non entro nell’articolazione dell’ampia ricerca che mi sembra ben strutturata. Ma mi soffermo su alcune pagine che sono in perfetta sintonia con quanto sosteniamo, e con noi altri che amano la natura e i lasciti della storia.

«L'utopia urbanistico-architettonica della “città ideale” - scrivono i due docenti -, realizzata in alcuni borghi rinascimentali concepiti in mirabile armonia col paesaggio circostante, come a Pienza e in tante cittadine italiane, oggi appare una chimera anacronistica, del tutto impraticabile. Il nostro è il tempo degli scempi, ossia della dissoluzione del nesso che stringe in unità il patrimonio ambientale e quello monumentale.

In una triste rassegna dei guasti perpetrati negli ultimi decenni, Vittorio Sgarbi tenta una definizione del termine “scempio”, che riconosce acutamente in “tutto quello che non eravamo e siamo diventati, che non desideravamo ma ci è stato imposto”». Scempio sono le malinconiche brutture edilizie che sfigurano e distruggono sia l’ambiente naturale, sia la nostra civiltà architettonica. Gli intellettuali italiani hanno cominciato a denunciare i pericoli di una modernizzazione irrazionale del Paese fino dagli anni Cinquanta, prendendo posizione sullo sconvolgimento dei paesaggi e dei centri storici. E da subito sono stati denunciati il prevalere e il dilagare degli interessi particolari rispetto a quelli generali del Paese, le crescenti distruzioni di città e campagne, la scarsa applicazione delle leggi.

Ma vane sono state le sollecitazioni per educare l'opinione pubblica «alla cura e al rispetto dell'esistente come unico rimedio alla dilagante corruzione estetica. Solo una cittadinanza formata al gusto e alla bellezza può esigere che anche gli interventi più innovativi siano in armonia con l'antico». Tutte battaglie perse. Come del resto quelle che si stanno combattendo oggi. Non si è ancora affermata, infatti, una cultura della qualità architettonica e urbanistica. Il ritardo accumulato, osservano i due autori, «procura al territorio danni irrimediabili. Così, una miriade di costruzioni e stabilimenti industriali invadono non solo le periferie urbane, ma anche le montagne, le spiagge, le sponde dei laghi, le campagne e i centri rurali. La progressiva caduta della qualità costruttiva manifestatasi tra le due guerre e degenerata con la speculazione avviata negli anni Sessanta», appare irreversibile e irreparabile.


Del resto quanto sta ancora avvenendo anche da noi - ad esempio gli ecomostri in costruzione in alcune località del Garda, e non solo -, non cessa di stupire e amareggia coloro che amano il territorio e guardano preoccupati al futuro di un comprensorio che sta perdendo sempre più le sue caratteristiche di alta vivibilità.

Concludo con i dati significativi riportati dai due studiosi, i quali osservano che è «difficile immaginare quanto l'Italia abbia mutato il proprio volto in poco più di mezzo secolo»: quasi quadruplicati i vani di abitazione, comprese le seconde e le terze case; 1 milione e 200 mila ettari di terreno (per lo più agricoli) cementificati o asfaltati; litorali sommersi in trent'anni da circa 1 milione e 700 mila case abusive.

Già nel 1957, un decennio dopo la fine della guerra, il giornalista e scrittore Guido Piovene denunciò, nel suo «Viaggio in Italia» l’uragano cementizio che stava avanzando sconvolgendo il Paese. Scrisse, infatti, che poteva bastare un dato: «Su 7.000 chilometri lineari di costa, 2.600, per una fascia più o meno spessa, sono praticamente perduti o perché troppo edificati o perché gravemente inquinati». Una catastrofe che continua e di cui ancora pochi si accorgono.
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giovedì 19 giugno 2008

L'urbanistica? Non tiene conto del paesaggio

Articolo di BresciaOggi di lunedì 16 giugno 2008. Il no al cemento di «Yseo nel cuore». L’urbanistica? «Non tiene conto del paesaggio».




«Per bloccare l’espansione urbanistica scriteriata in Franciacorta e nel basso Sebino bisogna contrapporre alla conurbazione degli abitati la conurbazione dei parchi già istituiti o in fase di istituzione». La traduzione? Gli strumenti urbanistici comunali devono tener conto dell’esistente, e non di ciò che si vuole realizzare.

Il concetto è stato ribadito nei giorni scorsi davanti a una sala strapiena dall’architetto Aurelio Pezzola, intervenuto nel castello Oldofredi di Iseo alla conversazione su «Cascine e nuclei storici» promossa dalla redazione del foglio «Yseo nel cuore». L’architetto Mauro Salvadori è entrato poi nello specifico quando ha suggerito che il recupero delle cascine avvenga a scopi turistico-ricettivi anzichè residenziali. «Un condominio in cascina - ha detto - ha un impatto più pesante rispetto a un agriturismo: richiede, per esempio, che le sterrate siano poi asfaltate».

Affinchè la tutela e la valorizzazione dei beni storici sia davvero efficace, secondo lui, occorre che la pianificazione urbanistica sia integrata coi contenuti paesistici. «Le scelte dei vari Pgt - ha insistito Salvadori - devono prescindere dalle possibili destinazioni d’uso e basarsi invece sull’analisi delle vocazioni del territorio». Prima di lui, l’architetto iseano Gianni Franceschetti aveva evidenziato che «la ricchezza di cui principalmente vive Iseo è la storia». E aveva raccontato come si viveva nelle cascine plurifamiliari che fino agli anni ’60 colonizzavano il territorio. «Un mondo quasi scomparso - ha sintetizzato Franceschetti -.

Erano 152 i contadini nel 1951, adesso si contano sulle dita di una mano».Per incoraggiare il recupero di cascine e nuclei rurali (81 quelli filmati e fotografati da Yseo nel cuore), Franceschetti ha proposto di esonerare gli eventuali investitori dal pagamento degli oneri di urbanizzazione. Poi Mauro Morganti, cultore di storia locale, ha svelato i misteri che si nascondono dentro ad alcuni toponimi iseani e ha invitato a salvarne la memoria con una tabellonistica esplicativa.


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mercoledì 18 giugno 2008

Non si può non limitare l'uso dei suoli

Articolo di BresciOggi del 12 giugno 2008. Il convegno. L’Italia è al top nell’urbanizzione: rischi e limiti. In Lombardia mangiati 94 metri al minuto. Il fenomeno deve essere frenato per salvaguardare il territorio e il patrimonio. E 20 comuni sposano la sostenibilità.


L’urbanizzazione si mangia 94 metri quadrati al minuto in Lombardia: è necessario fermarla per salvaguardare il patrimonio storico, paesistico e la produzione alimentare, ma i comuni con scarse risorse dimenticano che quel ritmo è insostenibile. Ridurre le aree agricole espone a rischi di degrado ambientale e crisi alimentare perché la trasformazione di un campo in un capannone è irreversibile.

Il convegno sul contenimento urbano iniziato l’8 maggio al Centro Paolo VI di Brescia e conclusosi venerdì pomeriggio a Provaglio in Franciacorta, ha rilevato una situazione che impone una gestione rigorosa dell’uso del suolo. Nel dopoguerra il fenomeno ha accompagnato la crescita demografica con colate di cemento senza regole per rispondere a un solo bisogno. Negli ultimi anni, la pressione demografica è svanita, ma la cementificazione, spinta dal mercato, ha avuto una fortissima accelerazione.

Il mattone bene «rifugio» non risponde a reali esigenze produttive o demografiche: appartamenti vuoti, capannoni sottoutilizzati, centri commerciali, infrastrutture, sottraggono quote crescenti sia di suolo agricolo, sia di territorio pregiato e da tutelare con cambiamenti irreversibili, che compromettono risorse e generano effetti quasi mai previsti e valutati dall’inizio.


Le cause? Il mondo produttivo non vuole vincoli, i comuni vogliono risorse, "ma" hanno affermato tutti gli esperti, «questo modello ha ripercussioni insostenibili su ambiente e società e, a lungo andare, sullo stesso sistema economico perché i costi delle trasformazioni durano più dei benefici derivanti ai bilanci comunali dagli oneri di urbanizzazione».

Il confronto tra le esperienze europee è il tema dell’Azione Cost Land management for urban dynamics (Gestione urbanistica delle dinamiche urbane), progetto di ricerca europeo, che a Brescia ha vissuto la seconda tappa. Maurizio Tira dell’Università di Brescia, chairman del progetto, e Bruno Zanon dell’Università di Trento, nominati dal governo, hanno messo a confronto con esperti di molti paesi europei, dal Portogallo all'Ucraina, dall'Olanda a Cipro, dalla Svizzera a Israele i diversi modelli di sviluppo.

Sono emersi dati preoccupanti sul consumo di suolo in Italia, con 1.000 metri quadrati urbanizzati per abitante in alcune aree, ma preoccupante è pure la mancanza di dati aggiornati e diffusi su tutto il territorio . Diverse le esperienze straniere dove gli usi del suolo hanno regole più rigorose: «In Svizzera l'urbanizzazione è pari a 375 metri quadrati per abitante» ha spiegato Jean Ruegg, dell'Università di Losanna (in Franciacorta, si è già a 450).

Regimi normativi e fiscali differenziati fanno sì che in Italia l'edilizia con margini di guadagno considerevoli, specialmente nelle zone più belle, eserciti una pressione insostenibile su comuni, con scarse risorse e poteri. «La fiscalità locale» ha concluso Federico Oliva, presidente dell’istituto nazionale di urbanistica «è uno dei temi della nostra proposta di riforma nazionale, forse la più importante per governare scelte urbanistiche con ricadute ambientali preoccupanti per perdita di natura e aree agricole».

Paolo Pileri del Politecnico di Milano ha sostenuto «La rinaturalizzazione delle aree agricole marginali, la compensazione ecologica preventiva possono mitigare gli effetti ma la politica non può che andare nel senso di una forte limitazione agli usi urbanizzati dei suoli».

Il convegno si è concluso nei giorni scorsi in Franciacorta, dove la Fondazione Cogeme Onlus, ha illustrato ai ricercatori il progetto-pilota «Franciacorta sostenibile», messo a punto con venti comuni con il coordinamento di Maurizio Tira, per pianificare i Pgt in funzione della sostenibilità e per un utilizzo consapevole del suolo.
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martedì 17 giugno 2008

Erbusco tutela campagna e vigneti

Articolo del Giornale di Brescia del 14 giugno 2008. La Giunta regionale ha accolto la proposta di estendere il vincolo paesaggistico sino ai margini dell’autostrada e alla località Spina. Concluso così l’iter iniziato nel 2002 con una prima richiesta del Wwf.



È stata definitivamente approvata in Regione la proposta di dichiarazione di notevole interesse pubblico delle aree territoriali collocate ai margini del tracciato autostradale e in località Spina di Erbusco. Nei giorni scorsi, infatti, la Giunta regionale si è espressa favorevolmente in merito all’estensione del vincolo paesaggistico (già presente su alcune porzioni del territorio comunale) sulle aree, urbanizzate o libere da edificazioni, che conservano «connotazioni paesaggistiche di rilevante interesse per il permanere delle caratteristiche proprie del paesaggio naturale e di quello agricolo tradizionale imperniato sulla coltivazione della vite».

Un provvedimento che, di fatto, si traduce nell’individuazione di alcuni criteri specifici volti a garantire le dovute cautele nella gestione delle trasformazioni paesistiche, architettoniche e urbanistiche dei territori in oggetto, provvedendo a salvaguardare la conservazione degli scorci panoramici ancora liberi (in particolare sui versanti collinari), la vegetazione esistente e le aree verdi, le murature e gli edifici rurali storici.

«L’ampliamento del vincolo garantisce un’attenzione maggiore, dal punto di vista paesistico, sociale ed economico, al territorio e alle sue trasformazioni - sottolinea il sindaco di Erbusco, Isabella Nodari -. Il vincolo, in virtù della delicatezza della Franciacorta, riconosciuta anche dall’assessore regionale al Territorio Davide Boni, va inteso come uno strumento migliorativo». Con il sì della Regione si chiude un iter iniziato nel gennaio 2002 con una prima richiesta di ampliamento del cono ottico già sottoposto a tutela ambientale avanzata dal Wwf e successivamente integrata, nel luglio 2004, da un’istanza presentata dal circolo Legambiente Ilaria Alpi.

Un iter lungo e complesso, anche a causa delle numerose osservazioni che i soggetti interessati hanno fatto pervenire in Regione in merito all’estensione del provvedimento di tutela, la cui valutazione ha richiesto tempi assai più lunghi del previsto (la pronuncia della Regione è attesa dal novembre scorso). Accolte parzialmente solo le osservazioni presentate dal Comitato per la tutela ambientale di Villa Pedergnano e dalla sezione lombarda del Wwf in relazione ai criteri di gestione paesaggistica delle trasformazioni.

Rigettata, invece, ogni ipotesi di revisione del perimetro dell’area sottoposta a vincolo, che comprende: la fascia territoriale collocata tra il lato sud dell’autostrada ed il limite dell’ambito di tutela del Monte Orfano; il territorio comunale principalmente agricolo in località Spina; tutto il territorio comunale a nord dell’autostrada, con esclusione delle aree situate a ridosso del confine con Cazzago San Martino e Rovato. Escluse, quindi, diversamente da quanto auspicato dalle associazioni ambientaliste, le zone industriali, in quanto «costituiscono una realtà a sé, che richiede studi di ridisegno urbanistico più che di tutela paesaggistica». Inclusa, invece, nell’ambito di tutela l’area dell’ex cava Noce a Zocco. Un provvedimento che, riconoscendo il valore simbolico dell’area, collocata nei pressi del complesso storico e architettonico di Villa Maggi, potrebbe scongiurare definitivamente l’ipotesi di discarica.
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martedì 10 giugno 2008

Se il vino si scopre ecologico

Articolo del Giornale di Brescia del 7 maggio 2008.



Il futuro dell’enologia e della vitivinicoltura è strettamente legato a temi ambientali: gestione dei reflui e cambiamenti climatici saranno le condizioni che determineranno l’importanza e la sopravvivenza di un territorio viticolo. Sì perché nei prossimi anni, come hanno asserito i relatori del convegno svoltosi lunedì al Relais Franciacorta di Colombaro «Nuovi obiettivi per il vino di qualità, sostenibilità e rapporti con l’ambiente in un clima mutabile», non basterà solo fare del vino di buona qualità, ma servirà conoscere e valorizzare il paesaggio.

Pochi esempi hanno messo in luce le prospettive future: se infatti produrre una bottiglia di vino comporta emissioni di CO2 (anidride carbonica) pari a 10 chilometri percorsi da un’autovettura, si pensi a quanto gas nocivo viene prodotto in un territorio vocato alla produzione vinicola. Una viticoltura sostenibile tiene conto anche dell’importante risorsa dell’acqua: per produrre un litro di vino infatti, si utilizzano dai 0,3 ai 5 litri d’acqua.

Monitoraggio dei consumi d’acqua, gestione dei reflui con conseguente riduzione di anidride carbonica, modalità di stoccaggio e impianti di depurazione sono esempi portati da Joel Rochard dell’Istituto francese della vigna e del vino. Oltre a questi accorgimenti insegnati dai francesi, le altre relazioni del seminario, organizzato dallo Studio agronomico Sata e dalla Guido Berlucchi, hanno messo a fuoco le variabili climatiche che potrebbero incidere sulla produzione vitivinicola.

Bernard Seguin dell’Unité agroclimatique Inra, ha spiegato che il riscaldamento può influire positivamente ma anche negativamente sulla viticoltura: vendemmie anticipate, lavoro in vigna per meno tempo, aumento potenziale della qualità sono gli aspetti positivi ma non si può sapere se in futuro la resa sarà maggiore e minore; inoltre l’aumento di due gradi alcolici del vino, effetto del riscaldamento, conferirebbe ai vini caratteristiche diverse. Allora, se questo sarà lo scenario, diventerà necessario trovare terroir più indicati, con lo spostamento dei vitigni verso i paesi nordici, Danimarca, Svezia e Inghilterra.

Ma il cambiamento climatico è realtà o esagerazione? Per Luigi Mariani, della facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano, è un’esagerazione visto che già Columella nel I secolo d.C. nel De re rustica testimoniava la variabilità climatica. Le conclusioni sono state affidate a Pierluigi Donna, agronomo della Sata: «Per cominciare - ha detto - occorre partire da una consapevolezza della produzione, per giungere poi a un confronto tecnico e creare modelli per gestire le diverse situazioni».
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lunedì 9 giugno 2008

La tutela e la valorizzazione dei centri storici

Articolo di BresciaOggi del 3 giugno 2008. Dopo aver censito gli immobili di pregio «Yseo nel cuore» organizza una tavola rotonda. Un piano per salvare le antiche cascine.




Iseo deve puntare a ottenere il rango di «Città slow» anche attraverso la tutela e la valorizzazione delle cascine e dei nuclei storici. Lo sostiene il gruppo che scrive e pubblica il mensile «Yseo nel cuore». Un’associazione che, al vedere rasa al suolo «La casöla», gioiello di archittetura rurale, si è messo in testa di salvare il salvabile.

Ecco dunque Flaminio Pezzotti, Gianluca Serioli, Roberto Perini, Federico Mori ed Enrico Pernigotto passare al setaccio il territorio iseano fotografando e filmando veri e propri ruderi ma anche cascine e nuclei storici ancora ben conservati. Dalla «caccia al tesoro» è nata una mappa che evidenzia con la forza delle immagini di quale potenziale inespresso disponga il capoluogo e le frazioni di Clusane, Pilzone e Cremignane.

Trentotto gli edifici rurali e ventuno i nuclei antichi censiti. «Il nostro interesse è di tipo culturale ma anche economico- rimarca Flaminio Pezzotti-. E' ovvio che il turista preferisce soggiornare in un luogo che conserva la memoria del passato, piuttosto che in un posto anonimo, senza particolari attrattive». Ai redattori del foglio «Yseo nel cuore» si sono poi aggiunti Mauro Morganti, appassionato di storia locale, e gli architetti Aurelio Pezzola, Gianni Franceschetti e Mauro Salvadori.

Insieme daranno vita, il 13 giugno, alle 20,15, in castello Oldofredi, a una conversazione su «Nuclei storici e cascine». La data non è stata scelta a caso, visto che il Pgt è alla stretta decisiva. «La normativa non è incisiva - dice Mauro Salvadori, uno degli estensori del Piano di coordinamento territoriale adottato a suo tempo dalla Provincia -. A monte di qualsiasi scelta sulle destinazioni d'uso, va compiuta un'analisi delle vocazioni e quindi delle sostenibilità del territorio. Vanno individuate, quelle che non puoi permetterti di perdere perchè, con esse, perdi i caratteri identificativi dei luoghi in cui vivi».

Il Piano di coordinamento provinciale, rimanda per la normativa paesistica su scala locale ai singoli piani comunali. «E' dei giorni scorsi- rincara la dose Enrico Pernigotto - una nota inviata ai Comuni dalla Sovrintendenza. In riferimento alla stesura della Valutazione ambientale strategica, uno dei documenti che concorrono a formare il Pgt viene suggerita la seguente indicazione di metodo: la tutela storica e ambientale deve prevalere sulla pianificazione urbanistica».
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venerdì 6 giugno 2008

Dobbiamo farci inghiottire dal paesaggio

Stralcio di un articolo del Corriere della Sera del 28 maggio 2008-05-28. La sfida di Marco Casamonti con la cantina Antinori e un progetto per Lampedusa. «Dobbiamo farci inghiottire dal paesaggio. Così torneremo a costruire con armonia».



Prima di tutto c'è il rispetto della «preesistenza ambientale», espressione tecnicamente assai dotta per definire un'architettura in armonia con il paesaggio, soprattutto con quello italiano, «un patrimonio unico, di fatto il nostro vero petrolio, la nostra più grande ricchezza». [...]

Per Marco Casamonti (1965), fondatore con Giovanni Polazzi e Laura Andreini dello Studio Archea di Firenze (nonché direttore della rivista Area), il presente «ecosostenibile » è però, in particolare, quello della cantina da lui progettata per gli Antinori nel Chianti, 52mila metri quadrati realizzati appunto secondo una logica sfacciatamente ecosostenibile. E non certo perché il committente sia un filantropo, ma piuttosto perché «ha capito, sicuramente più di quelli che vogliono solo capannoni informi e bruttissimi, che investire in architetture armoniose può essere davvero redditizio». Anche se non immediatamente.

Non a caso, dunque, Casamonti [...] è tra i protagonisti di quel «Festarch» di Cagliari, che vede tra i temi più scottanti anche la «preesistenza ambientale». «Per buona parte del dopoguerra — dice — abbiamo costruito in modo irrazionale, consumando il territorio come se fosse un bene riproducibile, come se fossimo capaci di ricrearlo a nostro piacimento».

Non è così, è chiaro: «Ma ce ne siamo resi conto soltanto quando abbiamo cercato di riconvertire tutti gli spazi industriali dismessi in "realtà abitative" o in spazi nuovamente vivibili ». Solo di fronte a questa sorta di rottamazione di aree come l'Innocenti di Lambrate «abbiamo capito quali e quante occasioni avessimo sprecato in precedenza». Così ha finalmente preso corpo la consapevolezza della necessità di uno sviluppo ambientale «responsabile » e «responsabilizzato».

Anche se spesso si tratta di progetti molto più costosi, «per i quali è necessario superare l'ottica ottusa del semplice profitto per giungere a quel profitto, enorme in Italia, che ci può arrivare dal recupero e dal rispetto non invasivo del paesaggio ». Così è nata la Cantina Antinori: «Un luogo importante, ma invisibile; un punto privilegiato per vedere la campagna senza essere visti; qualcosa che facesse incontrare contemporaneità e tradizione, lasciando intatta la bellezza della collina sulla quale sorge; una cantina che fosse un edificio importante, ma non monumentale e che si nascondesse nel paesaggio». [...]

Le parole d'ordine? Ancora una volta «rispetto» e «ambiente». L'obbiettivo: «capire finalmente il ruolo chiave che anche un semplice porto turistico può avere nel sistema paesaggistico ». Di fatto, «realizzare nuove architetture in perfetto equilibrio tra terra e mare». Più ecosostenibile di così!

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giovedì 5 giugno 2008

Via libera alle case solo se certificate

Articolo del Giornale di Brescia dell'1 giugno 2008. In attesa di definire il Piano di governo del territorio, il Comune sceglie la linea dura: via libera alle nuove case solo se certificate. Sulzano, si costruisce con «Casaclima». Il sindaco Giuseppe Ribola: «Bisogna investire nel risparmio energetico».



Gli unici edifici ammessi in costruzione, secondo le nuove regole dettate nel Pgt, saranno «Casaclima» di tipo A. Una scelta radicale per il Comune sebino che, già dallo scorso anno, ha vincolato l’edificabilità sul proprio territorio secondo le norme di «Casaclima», una casa progettata per ottenere un significativo risparmio energetico. «Abbiamo avallato la sensibilità dell’ufficio tecnico, rappresentato dall’architetto Francesa Martinoli, che ha frequentato un corso a Bolzano sulle ’’Casaclima’’ e si è fatta portavoce per promuovere ed organizzare incontri oltre a creare una cultura nuova tra i tecnici del settore» spiega il sindaco di Sulzano Giuseppe Ribola.

Oggi, mentre il Comune sta definendo il Pgt, le scelte principali sono già state fatte: «Le aree edificabili sul nostro territorio sono già state individuate nel numero di quattro ma non ancora approvate dalla Provincia - continua il responsabile dell’ufficio tecnico Martinoli -: due di queste sono ’’ambiti di trasformazione per pubblica utilità’’, cioè aree verdi di completamento di proprietà comunale; una terza è in località Predabbio ed un’altra un lotto singolo (anche se per le ultime due si pone il dubbio dell’approvazione provinciale, ndr).

Per queste aree si chiede un ulteriore sforzo al privato in modo tale da avere un ’’edificio passivo’’, ovvero un immobile che, grazie ad un particolare involucro, ha un fabbisogno per il riscaldamento inferiore a 3 metricubi di gas metano al metroquadrato all’anno; in un appartamento di cento metri quadri, per esempio, si spendono 100 euro all’anno con una temperatura interna di 20 gradi». Nelle due aree di pubblica utilità inserite nel Pgt un’ulteriore novità sarà la mancanza di rete gas: per riscaldare l’acqua il calore verrà integrato dai pannelli solari mentre la cucina sarà completamente elettrica, «perché il metano diventerà una risorsa troppo preziosa» afferma convinta la Martinoli.

Sulzano inoltre si doterà, a breve, di uno sportello «Casaclima», il primo in tutta la Regione (uno simile è aperto ad Arzignano in provincia di Vicenza). Sarà lo stesso Comune, dove verrà consegnata la pratica secondo le disposizioni tecnico-organizzative, ad inoltrare la pratica direttamente a Bolzano; dopo trenta giorni arriverà il parere con la nomina del collaudatore. «Il privato, a Sulzano, è già partito dando fiducia alla ’’Casaclima’’, nelle aree definite dall’ex Prg è ora obbligatorio edificare Casaclima di tipo B (quando l’indice termico è inferiore ai 50kwh/mq l’anno) - afferma il sindaco -: ora tocca al pubblico dimostrare di credere nel risparmio energetico. Partiranno a breve due o tre iniziative pubbliche di ’’Casaclima’’ con interventi sul Palazzo Comunale, sulle scuole elementari e sul palazzo ex sede dell’Asl». Grazie a queste scelte Sulzano è diventato un esempio per i Comuni vicini, quelli più sensibili al tema del risparmio energetico.
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venerdì 30 maggio 2008

I problemi di una crescita troppo rapida (e sconsiderata?)

Lettera al Direttore del Giornale di Brescia pubblicata il 25 maggio 2008.


Il 6 maggio è comparso sul Giornale di Brescia un articolo/intervi sta, nelle pagine dedicate al SebinoFranciacorta, all’assessore all’Urbanistica di Rodengo Saiano. In quest’articolo sono state tirate in causa le minoranze consiliari senza far cenno al loro pensiero e al loro agire. Con questa lettera vorremmo spiegare ai lettori quali sono le nostre preoccupazioni e intenzioni.

Negli ultimi 25 anni il paese è cresciuto molto, al punto d’essere il terzo Comune bresciano in termini di incremento della popolazione (cfr Giornale di Brescia del 15/01/08). Questa gestione, che doveva garantire benessere e qualità della vita, s’è trasformata in una eredità triste e piena di problemi e incognite. Disgrazia fermati lì, direbbero in molti, se non fosse che l’attuale gestione urbanocentrica del Comune minaccia ormai troppo il futuro del paese.

Tornando al citato articolo, vengono innanzitutto fatte imprecisioni ed omissioni: perché non si cita anche l’urbanizzazione già approvata e perfezionata a sud della Coop che occuperà altri 140.000 mq di territorio? Perché non si fa cenno a questi altri 450/500 appartamenti da aggiungere agli 800 del citato articolo? Perché non si dice che gli abitanti saranno a breve oltre i 12mila e non 10mila? Perché non si dice che questa crescita renderà necessario un ulteriore adeguamento delle infrastrutture comunali (scuole, strade, ecc.), per le quali il Comune sta già oggi ricorrendo a tardivi ampliamenti?

E ancora: perché non si dice che entro il 13 giugno i cittadini dovrebbero presentare i loro consigli e le loro provocazioni in relazione al nuovo Piano regolatore (oggi Pgt) e che di questo si sarebbe dovuto discutere in assemblee pubbliche, mentre in paese sono comparsi solamente dei manifesti scritti in politichese, incomprensibili, che comunicano la data di scadenza per le osservazioni? Queste sono alcune delle preoccupazioni che spesso esponiamo in Consiglio comunale anche se rimangono sempre inascoltate...

Vorremmo però fare una precisazione perché potrebbe nascere in tanti concittadini un dubbio: perché noi che siamo, come dice spesso il nostro presidente Silvio Berlusconi, «il partito del fare e del crescere» lottiamo contro queste iniziative che fanno invece crescere il paese, l’economia, la ricchezza, ecc.? Innanzitutto perché amiamo il nostro territorio, perché sappiamo che è un bene limitato e siamo contrari alla politica del costruire così velocemente, solo per soddisfare gli appetiti delle società immobiliari, mentre avremmo preferito una crescita graduale, coordinata con la dimensione delle infrastrutture (l’arrivo di tante nuove famiglie giovani fa riempire subito l’asilo, dopo qualche anno riempie le elementari, mentre l’asilo gradatamente si svuota e gli ampliamenti realizzati per soddisfare i picchi di utilizzo restano inutilizzati, rimangono monumenti...).

Noi non siamo il partito dei No, non siamo né LegaAmbiente, né la Sinistra Arcobaleno, avremmo semplicemente preferito una gestione della crescita coordinata ai servizi offerti dal comune per evitare, ad esempio, che i genitori del paese di oggi dovessero fare collette, vendita di fiori e torte, per comprare qualche gioco decente per i bimbi da collocare nei parchetti comunali o negli oratori. Avremmo preferito garantire a tutti i bambini delle elementari la mensa scolastica anziché dover stilare, come avviene in questi giorni, odiose graduatorie al fine di escludere, dal prossimo anno, alcuni bambini dal servizio e complicare la vita alle loro famiglie. Avremmo preferito, insomma, rispondere ad una domanda spontanea di crescita delle abitazioni e non provocata e malamente sollecitata (già si contano in paese i cartelli vendesi o affittasi "scoloriti" per i lunghi tempi di utilizzo).
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giovedì 22 maggio 2008

Consumo del territorio, progetti a confronto

Articolo di BresciaOggi del 9 maggio 2008.




Si è aperto ieri al centro Paolo VI in via Gezio Calini il convegno «Il contenimento urbano. L’approccio italiano», che affronta uno dei problemi più rilevanti degli ultimi anni: Prg, varianti ed escavazioni, trasformando l’ambiente, hanno consumato il territorio, riducendo sensibilmente la risorsa principale di turismo e agricoltura.

Organizzato dalla Fondazione Cogeme Onlus con l’Università di Brescia, è il secondo appuntamento dedicato dal Cost (European Co-operation in the field of Scientific and Technical Research) alla gestione urbanistica delle dinamiche urbane.Il convegno è l’occasione per la Fondazione di presentare e analizzare «Franciacorta sostenibile» e «Pianura sostenibile», due progetti modello - sostenuti da Provincia e Regione in vista dei Pgt - messi a punto con 20 Comuni della Franciacorta.

I due progetti durante i lavori saranno messi a confronto con le esperienze e le ricerche dell’Università di Brescia e di Cost (network europeo, con oltre 200 reti scientifiche di ricercatori) che finanzia la messa in rete di attività svolte grazie a fondi nazionali e dando vita a riunioni, conferenze, scambi scientifici. La giornata di oggi, si chiuderà con una tavola rotonda alle 16,30, coordinata da Tom Muir, della Birmingham School of Architecture, a cui parteciperanno l’urbanista belga Federica Pronello, responsabile Cost di trasporti e sviluppo urbano, l’architetto Paolo Ventura, professore straordinario in Tecnica e pianificazione urbanistica dell’Università di Parma, Federico Oliva presidente dell’Inu (Istituto nazionale di urbanistica), esponenti delle professioni e dell’Anci.

Il confronto tra le esperienze nella gestione del suolo tema dell’Azione COST su Gestione urbanistica delle dinamiche urbane, è fondamentale per il progetto di ricerca europeo in cui, nominati dal governo, sono impegnati Maurizio Tira dell’Università di Brescia e Bruno Zanon dell’Universtità di Trento. Ad introdurre i lavori del convegno oggi è stato il presidente del Dicata (dipartimento di configurazione ed attuazione dell’architettura). Esperti italiani, dell’Ue e dell’Est europeo, docenti universitari e amministratori locali confrontano situazioni italiana ed europea individuando problemi e buone pratiche come i progetti di politiche coordinate e mirate sulla sostenibilità dello sviluppo urbanistico.

Il progetto di ricerca europeo rappresenta un modello per affrontare il fenomeno di un’urbanizzazione la cui forte accelerazione risponde a logiche di mercato che spesso sono svincolate e superano la dinamica demografica.

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giovedì 8 maggio 2008

Rodengo Saiano oltre i 10.000 abitanti!

"Rodengo Saiano vola oltre i 10 mila abitanti". Articolo pubblicato dal Giornale di Brescia il 6 maggio 2008.



Con nuove importanti lottizzazioni residenziali, già inserite nel vecchio Piano regolatore, la popolazione aumenterà sensibilmente. A Padergnone, a sud della Casa di riposo e vicino alla Sebina, 800 nuove case. L'aumento della popolazione di Rodengo Saiano è ormai oggetto di interrogazioni delle minoranze consiliari e delle associazioni ambientaliste. La popolazione di Rodengo Saiano, che ha una superficie di 12,5 chilometri quadrati, a tutt’oggi è poco sopra gli ottomila abitanti.

Ma il Prg, approvato nel 2004, prevede lottizzazioni che porteranno il paese sopra i 10mila abitanti. Realizzate queste lottizzazioni, sostengono in Comune, «non ce ne saranno altre di grandi dimensioni, al massimo si amplieranno leggermente le aree già costruite e si ristruttureranno gli immobili abbandonati». «Le aree che stiamo edificando - spiega l’assessore all’Urbanistica Federico Fontana - sono la realizzazione del vecchio Piano regolatore. Il Pgt attuale apporta solo un certo ampliamento del vecchio piano, sia nel settore residenziale, sia nel produttivo.

La costruzione di nuovi alloggi sta avvenendo più in fretta di quanto si era calcolato, ma è solo perché le abitazioni, in questa parte di Franciacorta, sono molto richieste e chi ha acquisito le aree ha deciso di edificarle in fretta. Il numero delle unità abitative che si costruiranno, in ogni modo, è già prestabilito, e costruite queste non se ne faranno altre. L’80% delle costruzioni programmate sono già in atto. Per noi è fondamentale la gestione del territorio in ottica sovracomunale, in sintonia con i comuni limitrofi. Puntiamo anche - conclude l’assessore Fontana - a valorizzare le ristrutturazioni. L’amministrazione ha in programma assemblee pubbliche, in varie zone di Rodengo, per raccogliere le osservazioni della gente e spiegare correttamente ciò che si sta realizzando».

Al momento stanno sorgendo circa 300 unità immobiliari a Padergnone, località La Santa, ben visibili dalla provinciale 19. Altri 200 appartamenti (quasi esclusivamente in case a due piani) sono quasi terminati nella zona tra il cimitero e la superstrada Sebina. La terza ed ultima lottizzazione importante è ubicata nella piana a sud della Residenza per anziani: qui al momento si stanno solo tracciando le strade e i parcheggi, poi sorgeranno altre 300 nuove unità immobiliari. Di queste ultime, 30 saranno costruite in edilizia economico-popolare dalla Cooperativa La Famiglia. Quando tutte queste nuove case saranno abitate, la popolazione supererà le diecimila unità.

«Il Piano che stiamo attuando - aggiunge l’architetto Pedretti, responsabile dell’Ufficio tecnico - è stato studiato nel 2002, dopo una valutazione ambientale dello studio Moro-Cantarelli di Brescia, che pianificò le zone edificabili e quelle da lasciare ad uso agricolo e a verde pubblico. Realizzato questo piano, non si costruirà più niente di significativo, al massimo piccoli ampliamenti. Il terreno agricolo sarà dichiarato di salvaguardia ed inedificabile».


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mercoledì 7 maggio 2008

L'urbanistica contrattata

Tratto dal sito Eddyburg.



L'urbanistica contrattata è la sostituzione, a un sistema di regole valide erga omnes, definite dagli strumenti della pianificazione urbanistica, della contrattazione diretta delle operazioni di trasformazione urbana tra i soggetti che hanno il potere di decidere. Dove le regole urbanistiche si caratterizzano per la loro complessità, in gran parte dovuta al sistema di garanzie che esse costituiscono, e la contrattazione per la sua discrezionalità. Essa di fatto si manifesta ogni volta che l'iniziativa delle decisioni sull'assetto del territorio non viene presa per l'autonoma determinazione degli enti che istituzionalmente esprimono gli interessi della collettività, ma per la pressione diretta, o con il determinante condizionamento, di chi detiene il possesso di (consistenti) beni immobiliari.

Quando insomma comanda la proprietà, e non il Comune. Ma poiché il potere di decidere sull'assetto del territorio spetta, almeno formalmente, ai Comuni, ecco che, quando i proprietari vogliono incidere in modo sostanziale sulle scelte sul territorio (quali aree rendere edificabili, per che cosa, quanto, ecc.), essi devono contrattare le scelte con i rappresentanti di quegli enti.

Ci fu, nella storia della Repubblica italiana, un altro periodo in cui la subordinazione delle scelte urbanistiche agli interessi privati apparve come uno scandalo. Fu negli anni in cui le scelte di politica economica e sociale compiute per la ricostruzione postbellica (lasciare le briglie sciolte sul collo dell'edilizia privata) provocarono lo sfrenato divampare della speculazione fondiaria ed edilizia. Per ritrovare quei tempi, basta ricordare alcuni episodi degli anni 50 e 60 entrati ormai nella letteratura. Il sacco di Napoli, illustrato da Francesco Rosi nel suo memorabile film Le mani sulla città. [...] Non è forse allora l'urbanistica contrattata qualcosa di simile a quello che caratterizzò quegli anni? A prima vista, potrebbe sembrare. L'urbanistica contrattata può insomma apparire a qualcuno come una forma semplicemente ammodernata della vecchia, tradizionale speculazione fondiaria. [...]

Ciò che vorremmo sostenere invece è che l'urbanistica contrattata è qualcosa non solo di nuovo e diverso rispetto alla vecchia e nota speculazione, ma è qualcosa di infinitamente più grave, perché più penetranti e pervasivi sono i suoi effetti e le distorsioni che induce (che ha indotto) sull'intero ordinamento delle istituzioni e della società. Ieri, si trattava di violazioni del sistema di regole dato. Oggi, della sostituzione, al sistema di regole date, di un nuovo e perverso controsistema di regole. Ieri, erano infrazioni e violazioni puntuali all'organizzazione istituzionale dei poteri. Oggi, è la costruzione di un contropotere.

E non è senza significato la differenza tra le reazioni sociali all'una e all'altra forma (quella di ieri e quella di oggi) della subordinazione dell'interesse pubblico a quello privato. Trenta e quarant'anni fa la speculazione fondiaria ed edilizia appariva immediatamente come uno scandalo, nei confronti del quale l'opinione pubblica (e non solo quella progressista) si ribellava, reagiva con forza e con durezza. [...]

Come scrive Maria Cristina Treu, sul versante del rapporto con i privati si deve ricordare che la visione d’insieme delle esigenze di sviluppo di un territorio e dei diversi interessi in gioco non può che rimanere in capo alla responsabilità dell’amministrazione pubblica: è il progetto del territorio, infatti, nelle sue diverse declinazioni di livello e di contenuti, che deve guidare la negoziazione con gli investitori privati e porre i limiti alla perequazione tra gli attori portatori di interessi diversi e sempre conflittuali.
Il progetto urbanistico è uno strumento rilevante di conoscenza e di comunicazione anche di opportunità alternative. Mentre la sola negoziazione su singoli temi o casi si rileva spesso appena sufficiente per strappare qualche intervento di natura sociale e di mitigazione a scapito di incrementi volumetrici e di consumo di suolo generalmente rilevanti. [...]


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martedì 6 maggio 2008

Dalla piramide ... alla punta di lancia. La popolazione è in riduzione

Articolo del Giornale di Brescia del 1 maggio 2008.



Brescia perde i bresciani. Tanto che qualcuno parla di città inospitale. A dire il vero chi emigra verso l’hinterland lo fa per due motivi: il costo delle case è inferiore, la qualità della vita spesso è migliore.Ci sono dati inconfutabili che vanno spiegati. Al 31 marzo la popolazione della città era di quasi 189mila abitanti. Di questi ben 29.500 sono stranieri.

Nel frattempo cosa è successo ai bresciani? Lo scopriamo esaminando i dati relativi al corpo elettorale. Nel 2008 gli aventi diritto al voto sono stati 145mila. Nel 2003 erano 155mila, nel ’98 160mila. Che fine hanno fatto? La risposta l’abbiamo data all’inizio di questo articolo. Ma l’analisi va oltre. Non è solo la percentuale elevata di stranieri regolari a creare qualche problema di incomprensione culturale, ma di irregolari nel solo ambito urbano ce ne sono almeno 4mila. Lo studio del Dipartimento Studi Sociali dell’Università di Brescia avverte: «Le proiezioni, su un arco temporale di 30 anni, sono relativamente semplici, almeno con riferimento alla popolazione italiana, ossia prescindendo dai flussi migratori.

Così, la popolazione (italiana) residente in provincia, che era salita da circa 980mila unità nel 1971 a 1.060mila nel 2001, è prevista invece scendere in futuro, dapprima lentamente (1.043mila unità nel 2011), poi in modo più deciso, fino a 951mila unità nel 2031. Quanto al Comune di Brescia, la popolazione (sempre italiana), era già scesa costantemente nei decenni precedenti, da 220mila del 1971 a 177mila del 2001, e continuerà a diminuire anche in futuro, fino a toccare 140mila unità nel 2031».

Considerando ora la struttura della popolazione dell’intera provincia per classi di età, se nel 1971 risultava ancora una tipica struttura «a piramide» con una base molto ampia in corrispondenza delle classi di età più giovani, nel 2001 le classi di età più numerose erano quelle centrali, tra i 30 ed i 40 anni; per il 2031 è previsto un ulteriore mutamento, con una struttura «a punta di lancia» (le classi più numerose saranno attorno ai 60-70 anni). Le conseguenze di questi mutamenti sul sistema socio-economico (previdenza, assistenza, sanità, ecc.) sono state a lungo discusse in letteratura, conseguenze peraltro comuni a molte altre aree italiane. I nuovi nati saranno nel 2031 solo del 10% inferiori a quelli del 2001. Nelle classi di età da 25 a 45 anni si avranno le maggiori contrazioni, con consistenze finali anche del 40% inferiori a quelle del 2001. Quindi l’indice di ricambio della popolazione in età lavorativa dovrebbe continuare a scendere.

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lunedì 5 maggio 2008

Il rischio che tutto cambi per non cambiare nulla

Lettera al Direttore di BresciaOggi pubblicata lunedì 21 aprile 2008.


Il Consiglio dei ministri ha approvato, a meno di un mese dalle elezioni, proprio sul filo di lana come si sul dire, il nuovo «Codice Rutelli» per il paesaggio. Sono così diventati legge i 184 articoli su cui per due anni aveva lavorato la commissione presieduta dal professor Salvatore Settis che integra la normativa base già redatta nel 2004 dal precedente ministro Urbani. La notizia è stata accompagnata sul «Corriere della Sera» dalle dichiarazioni di Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del Fai, che ha affermato: «Da oggi la bellezza del paesaggio italiano è più al sicuro».

Non ne sono poi tanto certo. Sarà, infatti, difficile fermare la travolgente onda di cemento, pur se al momento sembra rallentata dalla crisi economica. E soprattutto sarà difficile rimodellare il paesaggio. Anche se il nuovo codice prevede stanziamenti specifici, vale a dire un «Fondo per il ripristino» di 45 milioni in tre anni per finanziare l'abbattimento di costruzioni abusive o deturpanti.

I punti cardine del «Codice Rutelli» sono comunque importanti. E se le autorità competenti avranno in un futuro prossimo e remoto la volontà di salvare quel che resta del Bel Paese, i nuovi articoli di legge offrono strumenti adeguati. Fa ben sperare l’accordo bipartisan con cui questo Codice è stato varato. Lo stesso ministro uscente Rutelli, infatti, ha reso omaggio «all'atteggiamento costruttivo» dell'opposizione; e tale atteggiamento dovrebbe renderlo operativo, a prescindere dai partiti politici chiamati a governare il Paese.

Il Codice riafferma, in primis, la competenza centrale ed esclusiva dello Stato (peraltro ribadita da una recente sentenza della Corte Costituzionale) nella tutela dell’ambiente e introduce la collaborazione obbligatoria con le Regioni sui piani paesaggistici. Inoltre, ha spiegato il sottosegretario uscente Danielle Mazzonis, «il ministero potrà introdurre nuovi vincoli». Fondamentale diventa quindi il ruolo delle Sovrintendenze che dovranno esprimere un parere vincolante preventivo su ogni intervento. Con tempi più veloci: 15 giorni e non più 60. Saranno poi facilitate le demolizioni di edifici abusivi o deturpanti, finanziate grazie al ricordato «Fondo per il ripristino del Paesaggio».

Le nuove norme prevedono anche un maggiore coordinamento tra le diverse disposizioni comunitarie e la «copianificazione» tra Stato e Regioni per i territori vincolati che sono (sulla carta) la metà dell’intera Penisola. La presidente del Fai, Crespi, si è detta, dunque, convinta che il nuovo Codice garantirà una maggiore protezione del territorio. E ha dichiarato che è stato fatto un grosso passo avanti con la normativa che ribadisce la competenza esclusiva dello Stato sulle bellezze naturali del Paese. «È giusto che il ministero e le sovrintendenze siano i principali referenti, però è ugualmente importante che gli enti locali collaborino perché tutto, in questo mondo, è collegato e c'è bisogno del contributo di ciascuno». Si è augurata che quanti saranno chiamati a governare il Paese si mettano «la mano sulla coscienza e sappiano capire sempre più l'importanza che hanno il nostro territorio e la nostra arte anche per il turismo e per l'occupazione».

Mi sembra che tutto sia da condividere. Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti. Sperando che le Amministrazioni comunali, “per fare soldi” (in tutti i sensi), non riescano a trovare utili scappatoie per rilasciare nuove licenze e cementizzare ulteriormente le nostre colline, già fin troppo «urbanizzate». La preoccupazione deriva anche dal pessimismo del presidente di Italia Nostra ed anche del soprintendente ai Beni culturali di Brescia Luca Rinaldi. Quest’ultimo ha dichiarato che la carenza di personale non consentirà di dare attuazione alle nuove norme di legge. E allora, ancora una volta, tutto è cambiato perché nulla cambi?
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venerdì 2 maggio 2008

Tra i prinicipi fondamentali della Repubblica ...

Lettera al Direttore di BresciaOggi pubblicata lunedì 28 aprile 2008.



Le preoccupazioni avanzate dal soprintendente Luca Rinaldi sull’efficacia della nuova legge per la salvaguardia del paesaggio sono le stesse del professor Salvatore Settis, “padre” del nuovo Codice. Le ha espresse chiaramente nell’articolo pubblicato dalla “Repubblica” il 9 aprile. E sono di tre ordini: gli organici delle Soprintendenze, le incertezze finanziarie degli enti locali e lo stato della normativa regionale.

L’illustre studioso ha scritto che «il paesaggio è uno dei pilastri della storia e dell´identità del nostro Paese, nella diversità e varietà straordinaria delle sue città e delle sue regioni. E´ una delle massime ragioni di attrattività del nostro Paese, concorre a costituirne l´immagine e l´anima per gli italiani e per chi non lo è. Dopo una serie di leggi (la prima delle quali proposta nel 1920 dal ministro Benedetto Croce), la sua tutela ha raggiunto rango costituzionale con l´avvento della Repubblica. La nostra Costituzione è stata anzi la prima al mondo a collegare organicamente tutela del patrimonio storico, artistico e archeologico e tutela del paesaggio; e a porla fra i principi fondamentali della Repubblica. Di questi precedenti storici, giuridici, istituzionali e civili dovremo saperci ricordare».

La possibilità di una vera conservazione dell’ambiente, in senso lato (paesaggio e architetture) dipende dalla volontà degli amministratori pubblici e naturalmente dei nuovi governanti. Una delle ragioni evidenziate dal prof. Settis sulla possibile inefficacia delle nuove norme, è la necessità dei Comuni a non rinunciare agli oneri di urbanizzazione «Si sa – scrive – che, in una condizione generale di sofferenza, gli oneri di urbanizzazione sono diventati per i Comuni una delle principali fonti di introito, se non la principale. Queste tasse, dovute ai Comuni per ogni nuovo insediamento o edificio, erano destinate in origine alle opere pubbliche di volta in volta necessarie (strade, fognature, ecc.); ma da qualche anno, entrando nel bilancio comunale, sono utilizzabili per spese di ogni natura.

Si spiega così che Comuni e sindaci anche “virtuosi” si lascino tentare dal consumo indiscriminato del territorio, pur di assicurare introiti adeguati alle loro casse altrimenti vuote. Su questo tema non è certo un Codice dei Beni Culturali che può intervenire: esso richiede una assai più attenta e vasta analisi e condivisione, prima di essere affrontato in modo efficace».

Quanto alle carenze degli organici delle Soprintendenze c’è ben poco da dire, purtroppo. «Si sa che il blocco delle assunzioni – scrive sempre il prof. Settis – ha colpito duramente la funzionalità delle Soprintendenze (l’età media degli addetti si aggira oggi sui 55 anni); si spera che venga portato a termine un piano di nuove assunzioni lanciato da Rutelli, ma non basta. A quelle poche centinaia di nuovi posti si deve aggiungere, se si vuole che lo Stato risponda con efficacia ai compiti che con questa legge si è dato, un reclutamento straordinario, di giovani e competenti funzionari, assunti sulla base esclusiva della competenza e del merito».

Terzo motivo di preoccupazione, «il blocco all’applicazione del Codice che può insorgere se le Regioni non provvederanno rapidamente a modificare le proprie normative, che troppo spesso prevedono la sub-delega ai Comuni di ogni autorizzazione paesaggistica: è così che sono nati non uno, ma centinaia di “casi Monticchiello”. Il nuovo Codice rende illegittimo questo meccanismo di sub-delega, ma è necessario adeguare la legislazione regionale, nonché prevedere un opportuno regime transitorio».

Se non verranno dissolti i tre motivi di preoccupazione sull’efficacia della nuova legge vi è la seria possibilità che nulla cambi. Dipenderà anche dalla volontà del nuovo governo. Diversamente, avverte il prof. Settis, continuerà implacabile, anzi crescerà «ogni giorno, l’ondata di cemento che sta seppellendo il paesaggio italiano». E sarà un «irresponsabile suicidio».


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giovedì 1 maggio 2008

Ripensare a fondo lo sviluppo

Stralcio di un articolo del Giornale di Brescia del 18 aprile 2008.


Il convegno «Educazione, ecologia umana, ecologia dell’ambiente» promosso dalle riviste pedagogiche dell’Editrice La Scuola. «Lo sviluppo punti alla salvaguardia del creato». Mons. Betori: il cristianesimo orienti le scelte alla pace e alla solidarietà tra gli uomini e al rispetto della natura.

Il racconto biblico della creazione del mondo ci ricorda che non ne siamo padroni ma custodi; nelle parabole del Vangelo ricorre l’immagine del lavoro nella natura, affidata all’uomo perché venga difesa e possa crescere. [...] Nell’orientamento ai valori può crescere la speranza di assicurare agli abitanti della Terra un habitat ospitale. «Educazione, ecologia umana, ecologia dell’ambiente» sono i termini interconnessi che il convegno tenuto ieri all’Abbazia Olivetana di Rodengo Saiano ha approfondito nella triplice prospettiva: etica e teologica, scientifica, pedagogica. [...]

Monsignor Giuseppe Betori, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, ha sottolineato l’esigenza che «il cristianesimo mostri la sua capacità di orientare le esistenze degli uomini sulle strade della solidarietà e della pace, di una solida convivenza civile, della salvaguardia e del rispetto della natura». Nel confronto «culturale e vitale con tutti». [...]

Un master di secondo livello in Sviluppo umano e ambiente sarà attivato dal prossimo anno nella sede bresciana dell’Università Cattolica: l’ha annunciato il preside della facoltà di Scienze della formazione, Michele Lenoci, dando lettura del messaggio del rettore Lorenzo Ornaghi. [...]

La relazione del direttore del Centro di ricerche per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile della Lombardia, Antonio Ballarin Denti, ha affrontato il problema dello sviluppo sostenibile alla luce di «tre distinti, ma integrabili fattori: lo sviluppo economico della società umana, il rispetto e la tutela degli equilibri ambientali, i rapporti etico-sociali tra e dentro le nazioni del mondo». Lo sviluppo è necessario, ma va «ripensato a fondo»: agli indicatori economici vanno affiancati altri criteri di valutazione, parametri relativi alla qualità della vita e al benessere sociale. Nel rischio di esaurire e intaccare preziose risorse e delicati equilibri, «occorre attenersi a un prudente principio di precauzione e valutare sempre i possibili impatti su tempi lunghi anche per rispetto e tutela delle future generazioni». Scienze della natura, scienze economiche e scienze umane sono chiamate ad «affrontare insieme queste sfide impegnative». [...]
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