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venerdì 20 giugno 2008

Mille euro al mese

Articolo di Gian Antonio Stella pubblicato sul Corriere della Sera del 30 maggio 2008.


Dieci a uno. È questo il rapporto tra l'assenteismo storico dei parlamentari italiani e quello dei loro colleghi americani: 31,4% la media di scranni vuoti negli ultimi tre decenni nelle nostre aule, 3,1% la media di assenze dei senatori di Washington. Che senso ha, davanti a numeri così, l'autodifesa imbarazzata o infastidita di quanti hanno spiegato ieri al Corriere come mai avevano esposto la straripante maggioranza di destra a una figuraccia sul primo voto che contava? «Ero un attimo al bagno... », «Ci siamo presi tre minuti di pausa...», «Ho scompensi di pressione dal caldo...».

Anche a Washington, in certi periodi, il clima è torrido. Eppure, dice uno studio di Antonio Merlo della University of Pennsylvania, la Camera dei rappresentanti ha lavorato nel 2007 per 164 giorni, il Senato per 180 e le aule erano sempre piene. Il tasso di assenteismo nell'arco dell'intera carriera dei 435 deputati (uno ogni 689 mila abitanti: da noi ogni 93 mila) è del 3,9%. Quelli che hanno marinato più del 10% delle votazioni sono il 4,4%. Quelli che ne hanno bigiate più 20% sono l'1,1.Quanto al Senato, i membri che saltano più di un decimo delle votazioni scendono addirittura al 4% e l'unico che ha marcato visita più di una volta su cinque (20,8%) è stato Barack Obama. Ma perché corre per la Casa Bianca.

Come solo la campagna presidenziale ha costretto John McCain e Hillary Clinton a rovinare il loro virtuoso «statino» con il 16% e con il 9% di assenze. Altrimenti, è sicuro, la loro media non sarebbe diversa da quella di un senatore celebre e pieno di impegni come Ted Kennedy. Che prima dei problemi fisici di questi giorni aveva «bucato» dal 1993 solo 206 voti su 4.044. Uno su venti.Numeri umilianti, per noi. Basti ricordare che molti leader arrivano a prender parte a una seduta su cento. Che alla prima convocazione dopo le ferie estive, anni fa, si presentarono al Senato in 14 con 252 assenti ingiustificati e molti «in missione in località turistiche italiane ed estere». Che un ministro, Carlo Giovanardi, si spinse a definire «qualunquista e miserabile» la consegna a Striscia la notizia di un filmato che mostrava 26 «pianisti» che votavano per colleghi assenti.

E come scordare che il governo Berlusconi II, nei primi quattro anni dopo il trionfo del 2001 che gli aveva dato 89 deputati e 49 senatori di vantaggio, riuscì ad andare sotto addirittura 65 volte? Dicono che la politica è complessa, che c'è il partito da seguire, che il collegio va accudito... Anche in America hanno il partito, il collegio, gli elettori... Ma sono stati eletti per andare in Parlamento e ci vanno. Per questo, visti gli scarsi risultati ottenuti con la regola che Montecitorio taglia di 206 euro la diaria «per ogni giorno di assenza del deputato da quelle sedute dell'Assemblea in cui si svolgono votazioni », forse è il caso di rovesciare tutto.

E di dare al parlamentare una busta paga iniziale di mille euro, da arricchire con aumenti e benefit e integrazioni generosi via via che venga accertata la sua solerzia, la sua partecipazione, la sua assiduità in aula e nelle commissioni. Alcuni, magari, arriveranno a prendere perfino più di oggi. Ma siamo sicuri che i cittadini, in quel caso, non tireranno affatto le monetine.
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mercoledì 11 giugno 2008

La svendita dei valori

Articolo di BresciaOggi del 19 maggio 2008. In Italia sono in svendita anche i valori.


«Viaggio nel Paese in svendita» è l'amaro sottotitolo del più recente volume di Aldo Cazzullo, intitolato «Outlet Italia» ed edito da Mondadori. Outlet, non luogo inteso anche come simbolo della perdita di valore in tutte le sue declinazioni. Esattamente. Io ho scritto la parola chiave outlet per raccontare l'Italia di oggi, perché l'outlet non è solo un luogo fisico che sostituisce la piazza. [...]

In svendita purtroppo in Italia non ci sono solo i capi difettati, ma anche i valori. Oggi l'educazione è vista come una forma di debolezza, la cortesia è un orpello che non si usa più. Si rivendicano in pubblico le cose che prima si facevano di nascosto in privato, come l'evasione fiscale. C'è una faccia tosta che quasi ci induce a rimpiangere l'ipocrisia.

Venezia è la metropoli che più si è ridotta nel numero degli abitanti e più è mutata nei confronti di chi ci è nato. Venezia ha anticipato i tempi di quel che sta accadendo in altre metropoli. E' una vetrina ed un investimento immobiliare, perché i prezzi delle case sono cresciuti in maniera esponenziale. Ma non è più una città a misura dei suoi abitanti. Anche Milano sta vivendo una situazione simile. Nel centro storico la sera non c'è quasi nessuno. La gente va in centro per lavorare e una volta spenta la luce dell'ufficio va a casa in periferia. O all'outlet. Quel che peggio è che a Milano sono in crisi le relazioni fra le persone. [...]

Quali sono oggi le dimensioni della mercificazione della politica in Italia? Sono notevoli. La politica è diventata la prosecuzione degli affari con altri mezzi. Gli stipendi scandalosi dei parlamentari e dei politici regionali non sono la causa di questo sistema, ma ne sono la conseguenza. Se nella provincia di Siracusa non c'è una clinica che non abbia un politico o la moglie d'un politico nel consiglio di amministrazione, vuol dire che il sistema è malato.

La tangente inquinava un affare, il conflitto d'interessi inquina il mercato. La politica è diventata una merce, un intreccio fra politica e affari. Uno dei segnali più inquietanti del degrado del nostro Paese è quello della mancata applicazione della pena. Ne sono convinto. Stiamo costruendo la società dell'impunità del male. [...]
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mercoledì 21 maggio 2008

La democrazia e il regime virtuoso degli incompetenti

Articolo del Corriere della Sera dell'8 maggio 2008.



Inizialmente, nell'antica Grecia, la parola democrazia era usata in senso dispregiativo dai sostenitori delle forze oligarchiche, che vedevano il potere del popolo come un regime violento. Fra i tanti riferimenti storici emersi nel dibattito organizzato ieri a Milano dalla «Fondazione Corriere della Sera», questa osservazione di Luciano Canfora può apparire particolarmente curiosa, visto che nel mondo di oggi tutti, persino alcuni despoti, ci tengono a definirsi democratici. Tuttavia gli omaggi formali non vanno confusi con la situazione reale.

Chiamati a confrontarsi sul concetto di «Democrazia» nell'ambito di un ciclo dedicato alle «Alte Parole», i vocaboli più nobili in uso nel lessico contemporaneo, lo stesso Canfora, Angelo Panebianco e Giovanni Sartori hanno mostrato varie perplessità sullo stato di salute attuale dei sistemi politici rappresentativi. Non a caso — come ha osservato, nelle vesti di coordinatore, il vicedirettore del Corriere Pierluigi Battista — quando si usa il termine democrazia lo si associa sempre più spesso alla parola crisi.

Il problema è capire se le difficoltà siano fisiologiche, oppure segnalino processi degenerativi allarmanti. Panebianco sembra propendere per la prima tesi: a suo avviso «la democrazia vive d'insoddisfazione», perché i suoi vantaggi si danno per scontati, mentre l'attenzione si concentra sui difetti. Dipende insomma da che cosa si chiede al sistema rappresentativo. Se si aspira a un effettivo autogoverno popolare o a una perfetta trasparenza del potere, è logico concludere che molte promesse non sono state mantenute, come sottolineava Norberto Bobbio. Se invece si ha della democrazia una visione strumentale, se la si concepisce come un mezzo per tutelare alcune libertà fondamentali, allora i suoi difetti diventano più tollerabili, visto che ha la grande virtù di rendere pacifica la competizione per il potere.

Più pessimistica l'analisi di Sartori, secondo il quale una democrazia può consolidarsi e prosperare se i cittadini ne comprendono i meccanismi, mentre il dilagare dell'ignoranza e dell'immaturità favorisce l'ascesa al potere di personaggi incompetenti. Il ruolo dell'informazione sarebbe appunto quello di mettere gli elettori in grado di scegliere a ragion veduta, ha proseguito Sartori, ma il trionfo della televisione — «altamente diseducativa », poiché esclude tutto ciò che non è rappresentabile tramite immagini — non lascia ben sperare per il futuro.

D'altronde, ha notato Canfora, la complessità dei problemi attuali rende assai difficile al singolo acquisire le conoscenze necessarie per pronunciarsi con la dovuta consapevolezza, tanto più che i sistemi educativi non vivono certo un momento felice. Ma in fondo, ha aggiunto Panebianco, spesso anche le minoranze illuminate dei sapienti commettono gravi errori. E almeno la democrazia ha il pregio di fondarsi sull'idea che nessun governante è infallibile.

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sabato 5 aprile 2008

Il disinteresse

Articolo di Federico Guiglia pubblicato su BresciaOggi del 4 aprile 2008.




Il pasticcio risolto dell’ipotizzato rinvio delle elezioni per consentire l’ammissione dell’ormai soprannominata «Dc di Pizza» aveva un suo fondamento almeno psicologico: questo voto politico è talmente poco «sentito» dagli italiani da aver reso per qualche ora non assurda la prospettiva, pur incostituzionale alla radice, di poterlo addirittura spostare. Restano appena otto giorni, oggi compreso, di campagna elettorale: eppure, l’Italia non s’è ancora scaldata per palazzo Chigi.

I cittadini sembrano più rassegnati che entusiasmati per l’appuntamento che inciderà sulle loro vite nei prossimi cinque anni. Alla diffusa apatia, o forse al ragionevole disincanto, contribuisce in gran parte la delusione provata negli ultimi anni per il Palazzo. Sarebbe arduo trovare oggi, tra gli elettori del centro-destra, schiere di nostalgici per i cinque anni del già sperimentato governo-Berlusconi. Così come risulterebbe difficile scovare, tra gli elettori del centro-sinistra, amanti inconsolabili dei diciotto mesi d’esecutivo-Prodi. Senza pianti né rimpianti, i cittadini si avviano al voto privi, oltretutto, della possibilità di sciogliere almeno una parte dei dubbi per l’incredibile mancanza di scontri televisivi diretti tra i due maggiori contendenti. Di più: le partecipazioni dei politici alle tribune registrano ascolti deludenti.

Il sentimento dell’anti-politica questo ha prodotto, che gli italiani non intendono più illudersi di niente né per nessuno. Neanche quegli italiani, moltissimi, che confermeranno le loro preferenze di sempre. Ma lo scarso coinvolgimento non è l’unica e visibile conseguenza della fine delle illusioni. Qui si rischia anche un insolito e non quantificabile fenomeno di astensione nei giorni 13 e 14 aprile. Elettori assenti per indifferenza o per indignazione. D’accordo, sempre paventiamo l’astensione e sempre veniamo smentiti. Nessun popolo d’Europa né d’America va così in massa a votare come il saggio popolo italiano. Tutto lascia supporre che il malumore non rovinerà la bella tradizione elettorale. Però stavolta ci sono persone, e non ininfluenti come Beppe Grillo, e con argomenti forti, le quali teorizzano l’astensione come forma di civile protesta.


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venerdì 4 aprile 2008

Elettori come bonzi

Articolo di Beppe Severgnini pubblicato sul Corriere della Sera il 3 aprile 2008.



Mi auguro che l'ammissione della «Lista Pizza» non obblighi a rinviare le elezioni politiche italiane. I vignettisti del pianeta si divertirebbero come pazzi, e ne avrebbero motivo.Non solo. La campagna elettorale è stata talmente soporifera che non riusciremmo a mantenerci civicamente svegli per altri venti giorni: nelle piazze dovrebbero portare cuscini e coperte. Alcuni commentatori hanno notato la mollezza languida; altri hanno sottolineato lo scarso interesse di questa strana vigilia. Non si eccita neppure Bruno Vespa. Sono i Giorni del Grande Sbadiglio. Qualche novità, però, s'è intravista. Sono emerse nuove categorie in tempi brevi; e questo, considerata la velocità moviolistica della politica italiana, è una novità.

I bonzelettori (o votanti atarassici). Voteranno per dovere, per abitudine o per antipatia verso l'alternativa: ma hanno rinunciato a ogni illusione. Non conoscono i programmi e non chiedono coerenza. Casini dice che Berlusconi è «un pericolo pubblico sulle tasse» dopo essere stato con lui per 15 anni? Boselli spara a zero sugli ex compagni di coalizione? Guzzanti e Dini insieme in lista dopo essersi scannati su Telekom Serbia? Eh, va be'.

I bonzeletti (o candidati gratificati). Sono in buona posizione nelle liste (bloccate), e si preparano a entrare in Parlamento. Di fatto non verranno eletti: sono stati nominati. Si godono la campagna elettorale come gli attori di Hollywood si godono il tappeto rosso nella notte degli Oscar: con la differenza che là, almeno, qualcuno perde. Il candidato, un tempo, mostrava un ovvio nervosismo, un'incertezza che lo rendeva umano. Non più: ha conquistato la sicumera dell'onorevole prima di diventarlo.

I prestigiatori. L'abilità con cui i leader hanno fatto sparire la concorrenza interna, a costo di rinunciare ad alleati preziosi, è stupefacente. Penso a Illy (Trieste), Chiamparino (Torino), Penati (Milano), Cofferati (Bologna): chi li ha visti? Ho incontrato a Cagliari Renato Soru, che mi ha assicurato d'essere felice per come viene utilizzato in Sardegna da Walter Veltroni. Se mi avesse detto di voler nominare Flavio Briatore assessore al turismo, gli avrei creduto di più.

I guelfurbi. Se le flessioni di fronte alla Chiesa fossero uno sport olimpico, l'Italia potrebbe ritenersi già sul podio. Questi servilismi, oltretutto, non sono richiesti; mi chiedo se siano graditi. I guelfurbi (guelfi + furbi) non hanno la brusca fermezza degli antichi precedessori. Sono opportunisti spirituali. Applaudono la guerra, e difendono la vita. Bazzicano donnine, e s'atteggiano a paladini della famiglia. Mentono, e sventolano i comandamenti. Entrano in chiesa, ma solo se ci sono i fotografi. I guelfurbi sono in aumento, e la faccenda si sta facendo irritante.




sabato 22 marzo 2008

Il narcisismo dei leader

Articolo di Giuseppe De Rita pubblicato sul Corriere della Sera del 21 marzo 2008.



Non c'è da scandalizzarsi se in campagna elettorale la personalizzazione della politica tende a tracimare nel narcisismo dei suoi protagonisti. La loro avventura si fa ogni giorno più solitaria, ed è naturale che essi tendano a caricare la ricerca di consenso sulla propria immagine e sul proprio carisma, compito per il quale una dose di autostima è indispensabile e un po' di narcisismo giova.Non si sfugge però all' impressione che si stia un po' esagerando e che anche presso un popolo di narcisi, quali noi italiani siamo, si possa rischiare qualche contraccolpo negativo.

È esagerato infatti che l'autocentratura dei candidati premier si realizzi in un'esasperata coltivazione di se stessi. Certo si deve piacere alla gente, ma attenzione: la cura per il proprio personaggio, l'aspetto esteriore, il modo di vestire, la personale arte retorica, le battute a effetto, il gesto volutamente impressivo, la garanzia personale sulle promesse programmatiche, la propensione a inventarsi ogni giorno qualcosa di valenza mediatica, sono tutte cose importanti, ma portano a una pericolosa collimazione fra autocentratura e pulsioni narcisiste. E la circostanza che i protagonisti siano tutti piacenti appiattisce il panorama complessivo: non si forma cioè una selezione o un'asimmetria competitiva, e resta solo la dubbiosa domanda di cosa ci sia sotto le trionfanti apparenze.

Altrettanto esagerato è il fatto che i candidati premier chiedano la scena solo per loro, quasi che i loro partiti o schieramenti non abbiano altri livelli di responsabilità, altri protagonisti, altri talenti da valorizzare, non abbiano cioè una classe dirigente. Votare i leader è cosa obbligata, nell'attuale legge elettorale; ma da sempre le elezioni si fanno per giudicare la qualità delle classi dirigenti. E invece (tranne tre o quattro eccezioni) queste sembrano elezioni di «assenti», di politici che ben che vada sono in attesa di fare i ministri, male che finisca sono in attesa di dissolvimento esistenziale.

E sorge allora la domanda se il narcisismo autocentrato non nasconda un deficit di rappresentanza, in quanto non si capisce a quali interessi, bisogni, categorie, gruppi sociali facciano riferimento i nostri protagonisti solitari. Negli annunci programmatici essi cercano di captare grandi tematiche fatalmente generiche (donne, giovani, precari, pensionati, ecc.) mentre per la composizione delle liste essi spigolano qua e là, dall'imprenditore al precario, dall'operaio al generale, tutti comunque scelti per la facciata, e certo inadatti per stabilire una significativa relazione con i mondi di provenienza. E se cade la spinta a fare rappresentanza sociale e politica non deve poi sorprendere che nelle liste abbiano trovato posto segretarie, assistenti e pretoriani, persone cioè vicine e fedeli e adoranti nei confronti del leader autocentrato.

Il narcisismo finisce così per essere l'estremo effetto estraniante della personalizzazione della politica sulle esigenze e sui processi della rappresentanza collettiva. E non molti sembrano rendersi conto di quale contributo esso dia alla pericolosa corrosione di quelle che amiamo chiamare «le istituzioni della democrazia rappresentativa».




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giovedì 13 marzo 2008

I dilettanti allo sbaraglio e l'ansia del nuovo

Articolo di BresciaOggi del 12 marzo 2008.




La vecchia politica non tornerà più, e nessuno, francamente, la rimpiange. Era la politica dei soliti noti che per anni, anzi, decenni, traslocavano da un ministero all’altro, se governavano; e da un collegio elettorale all’altro, quando si ripresentavano al giudizio degli italiani (meno da un partito all’altro: c’era un qualche senso del pudore nella pur vituperata prima Repubblica). Ma siccome i conti noi dobbiamo farli oggi con questa campagna elettorale straboccante di «volti nuovi», intrisa di «società civile» e zeppa di candidati che per età potrebbero essere nostri figli (vede, ministro Padoa-Schioppa, che i bamboccioni sono finalmente usciti di casa), sarà lecito dire che questa corsa al nuovismo non sia la rivoluzione sognata?

Sarà il caso di domandarsi perché mai un cittadino dovrebbe votare per il Partito democratico o il Partito della libertà soltanto perché quei furboni di Walter Veltroni e Silvio Berlusconi hanno infilato una ragazza di venticinque anni in prima fila? O magari un giovanotto proveniente dall’ambiente dello spettacolo, e abituato al verdetto dello «share» che non è proprio quello del popolo sovrano? Non sarà opportuno chiedersi quali competenze di vita vissuta, quale passione ideale, quale desiderio di cambiare il mondo animino le legioni di molti nuovi arrivati, tanto propagandate dai contendenti per Palazzo Chigi? I quali contendenti forse credono che rompere con la vecchia politica, significhi esibire la non politica.

Ma tra il vecchio marpione tutto Partito e Palazzo e il vuoto che prefigura questa corsa al candidato nuovo di zecca - così nuovo che gli stessi giornalisti devono spesso spiegare di chi si tratti ai loro lettori - ci sarà pure una terza via: né vecchi marpioni né dilettanti allo sbaraglio. Nessuna nostalgia, intendiamoci, per l’epoca di quelli che almeno conoscevano la differenza fra un atto di indirizzo e un decreto-legge, tra una commissione che opera in sede redigente o legiferante, tra gli stessi articoli della Costituzione a volte addirittura recitati a memoria. Tant’è che i successori e successivi legislatori che ai tempi nostri hanno tentato di riscrivere la Carta in parti corpose e fondamentali, l’hanno fatto coi piedi. Da tempo, si sa, «pulsa» di meno l’amore per la politica, che dovrebbe essere arte civile.

È quella «cosa pubblica» di cui tutti dovremmo in qualche modo e in qualche momento della vita occuparci, nonostante il disgusto che ci assale per quanto male quest’impegno venga troppo spesso e da troppi esercitato.L’impegno nell’esclusivo servizio della Nazione. Ma la ragazza candidata perché è ragazza, che cosa potrà mai aggiungere per cambiare veramente l’Italia? Il nome famoso buttato lì, quale geniale contributo potrà mai dare ai cittadini, senza aver prima testimoniato con un minimo di gavetta politico-amministrativa (in un qualche sperduto municipio, oppure in un più importante Consiglio provinciale o addirittura in uno regionale) o con il volontariato, o con un impegno sociale, culturale, professionale, militare in Italia o all’estero che effettivamente potrebbe avere qualcosa da dire e da dare al Paese?

Intanto Romano Prodi annuncia che lascerà la politica. Pure Berlusconi ha dichiarato che si presenterà per l’ultima volta. Chissà se sarà vero per entrambi i settantenni. Il «non mollare comunque» di chi fa politica con anzianità di servizio è l’altra medaglia del giovanilismo degli impolitici. È tanto sperare di avere una classe dirigente motivata e preparata, che si alterna a guidare l’Italia con il solo senso del dovere, e che, a missione compiuta, semplicemente saluta e in punta di piedi se ne va?
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sabato 8 marzo 2008

I giovani ottantenni e le disinibite

Articolo di Silvino Gonzato pubblicato su BresciaOggi di sabato 01 marzo 2008. Largo ai giovani di ottant’anni e alle belle disinibite.


Tutti all’imbarco. I Noè che decidono chi possieda i requisiti per salire sull’Arca dei candidati alle elezioni politiche di aprile sono un bel numero, uno per partito, e ognuno ha i suoi preferiti che stipa nello stanzone di competenza. I Noè sono in contesa tra di loro e, se fosse stato possibile, avrebbero preferito Arche separate. Rispetto alla campagna elettorale di due anni fa, le offese sono però minime, tanto che i politologi e i semiologi, ma anche le colf, ritengono improprio chiamarle offese. Ad esempio uno dei Noè, un laureato che i sondaggi danno per favorito, rinfaccia al Noè che gli si contrappone quale principale rivale, di essere solo un diplomato. Ovviamente, e a maggior ragione, perché non hanno la moderazione dei capi, le opposte fazioni di candidati cercano la rissa, specie quando si tratta di attingere alla cambusa comune, che in questo tipo di Arca, oltre che deposito di viveri, è mangiatoia, un facsimile, anche se di dimensioni molto ridotte, di quella che gli eletti troveranno allo sbarco, quando però non ci sarà più motivo di litigare perché ce ne sarà in abbondanza per tutti e sarà giocoforza trovare l’accordo per evitare che vada scioccamente disperso qualcosa.

Non ci sono criteri comuni nella scelta dei candidati da imbarcare. Ogni Noè ha i propri gusti, i propri amici, le proprie clientele e le proprie baiadere. Tutti però dicono di voler dare spazio ai giovani, ma si contraddicono perché la loro concezione di gioventù non è la nostra. Come, del resto, la loro concezione di vecchiaia, che non si basa sul certificato di nascita. Ad esempio, l’ex Noè Gran Patriarca Ciriaco De Mita, ottant’anni, è stato dichiarato «vecchio» e, come tale, non idoneo a salire sull’Arca, foss’anche come mozzo anziano, perché il suo primo imbarco risale a 45 anni fa, e dopo quasi mezzo secolo di cabotaggi, uno che volesse riprendere il mare, fosse anche il capitano Nemo, non sarebbe più lucido, scambierebbe il parrocchetto per il controfiocco e verrebbe dissuaso, anche a forza, dal vestire alla marinara. Altro discorso invece per l’oncologo Umberto Veronesi che, nonostante sia di tre anni più vecchio di De Mita, politicamente è ritenuto un giovane, addirittura un adolescente, un poppante rispetto, che so io, a Stefania Prestigiacomo di cui, per l’anagrafe, potrebbe essere invece nonno, un bel nonno con gli occhi azzurri e sempre abbronzato. La sua stagione politica è infatti durata un soffio, essendo stato ministro della Sanità per poco più di un anno, senza peraltro passare attraverso l’imbarco sull’Arca dei candidati. E quindi per la politica è nuovo di trinca, appena uscito dalla nuvola di borotalco del fasciatoio, due pacchette sul culetto e via, pronto per il Senato.

Anche la concezione di donna, in politica, è diversa da quella che si ha comunemente nella vita. Quando i Noè promettono di imbarcare più donne sull’Arca, noi pensiamo alle nostre laboriose casalinghe, vere e proprie ministre e tesoriere della casa, che fanno miracoli per tentare di far quadrare i conti, che sanno dividere in quattro (specie di questi tempi in cui le moltiplicazioni non sono più possibili) ciò che al massimo si può dividere in due; pensiamo alle nostre stoiche lavoratrici che hanno spalle più larghe degli uomini; alle nostre tetragone dirigenti d’azienda che riescono a mandare avanti baracche che lo Stato cerca di sfasciare. Ma non sono queste le donne che affollano l’imbarcadero. Sono quelle dei calendari pecorecci, delle maisons del Grande Fratello, sono le praticanti di arti e mestieri solitamente alieni alle casalinghe virtuose ma non ai politici che vedono forti affinità tra i due mondi. Per questo le chiamano all’imbarco, sicuri che sapranno dare il meglio di se stesse già durante il viaggio sull’Arca. Come generi di conforto.



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lunedì 3 marzo 2008

Politica e ... rifiuti

Vignetta pubblicata il 2 marzo 2008 dal Corriere della Sera.






domenica 17 febbraio 2008

Votiamo sempre gli stessi, e sopportiamo connivenze e corruzione

Stralcio di un articolo di Emilia Patruno. Enrico Bertolino a teatro. In "Lampi accecanti di ovvietà" castiga il nostro Paese e, soprattutto, i suoi abitanti: «Ci lamentiamo di tutto, ma poi votiamo sempre gli stessi e sopportiamo connivenze e corruzione senza batter ciglio».



Si augura che il pubblico esca da teatro dopo aver visto "Lampi accecanti di ovvietà", sorridendo, ma anche, e soprattutto, chiedendosi perché. Enrico Bertolino, comico, attore in Tv, radio e teatro, spiega, ma solo un po’: «È un lampo che per un attimo acceca, ma quando la vista si riprende si riesce a intravvedere un orizzonte nuovo, non ideologico né tantomeno moralista, forse soltanto un po’ più normale in senso umano, positivo e irreale».

Ci può dare una breve descrizione dello spettacolo, magari a partire dal suggestivo titolo?
«Il titolo deriva da una frase di G.B. Shaw, che spesso il mio primo maestro di formazione e consulenza, Franco D’Egidio, utilizzava in aula con i manager di impresa per evidenziare quanto le cose apparentemente ovvie e banali siano le prime a sfuggirci, mentre ci impegnamo a cercare la complessità e i dettagli. Mai come oggi una frase così offre la sintesi della situazione italiana. Basti vedere questa politica che continua ad andare a caccia di consensi in un Paese sommerso dai rifiuti».

Che cosa pensa di Grillo?
«Tutto il bene possibile, è un comico che ha scelto e pagato di suo per passare dal palcoscenico teatrale a quello mediatico attraverso strumenti nuovi e innovativi come i blog e Internet. Sempre preparato, come dev’essere chi fa un teatro di denuncia, e soprattutto capace, con la sola forza dell’informazione, di scardinare il fortino mediatico nel quale si è rinchiusa una classe politica capace di comunicare con i media, ma incapace di farsi capire e apprezzare dalla gente».

Che cosa la fa ridere davvero?
«Tutto ciò che è ovvio ma non si vede. La realtà è un’iperbole che supera la fantasia. Una sinistra che si chiama Unione e passa la giornata a litigare come accade in un’assemblea di condominio. Un centrodestra che cerca di affrancarsi dal passato e poi invoca gli italiani in piazza con una nuova marcia su Roma. Un partito che rappresenta l’1,4 per cento degli elettori, con quattro senatori, che fa cadere un Governo di un Paese di 60 milioni di persone».

Secondo lei, qual è il difetto più grande degli italiani?
«Il difetto sta nelle persone, ovvero in noi che rappresentiamo il Paese. Siamo dei "lamentatori orizzontali", ovvero ci lamentiamo di tutto: tra di noi, dal parrucchiere, all’edicola, al bar con gli amici, ma poi votiamo sempre gli stessi e sopportiamo abusi e concussioni, connivenze e corruzione senza batter ciglio, anzi collaborando nel nostro piccolo quando non chiediamo una ricevuta, strizzando l’occhio al cameriere. Ogni Paese ha la classe politica che si sceglie, ma soprattutto che si merita».



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giovedì 7 febbraio 2008

Guai se ti conoscesse davvero!

Con me e con gli alpini è un libro di Piero Jahier ispirato alla prima guerra mondiale. “Il rigorismo morale di Jahier – scrive Salvatore Guglielmino – in questo libro diventa commozione, pietà, ma anche rancore verso l’altra Italia, quella che ha trasformato queste plebi in soldati senza aver mai pensato prima a farne dei cittadini”.


C’è un brano del libro di Jahier che, in particolare, mette a nudo quanta mediocrità, quanta povertà morale ci sia in chi comanda. L’autore, parlando del rapporto tra superiori e soldati scrive:
Se ti ubbidisce è perché stai lontano.
Il suo rispetto è fondato sulla fede che la gerarchia sia giustizia, sia merito, sia premio.
Forse crederà che tu l’abbia guadagnato.
Guai se perdesse questa fede!
Guai se ti conoscesse davvero!




La prima guerra mondiale è finita da quasi un secolo, e, nel frattempo, la società italiana ha subìto profondi e radicali cambiamenti. Ma quelle pagine di Jahier, per certi versi, sono ancora incredibilmente moderne. Anche nell’attuale rapporto tra istituzioni e cittadino, tra rappresentanti politici e loro elettori si ritrova, infatti, un rancore verso l’altra Italia. Questa volta, a differenza del libro di Jahier, l’altra Italia è quella in cui vivono e prosperano i professionisti della rappresentanza, i cui programmi elettorali promettono sistematicamente trasparenza amministrativa, partecipazione, difesa dell’interesse comune. E’ l’Italia dei politici sempre molto attenti agli elettori, ma che non sono certo interessati ai cittadini.

I protagonisti di oggi non possono certo essere gli alpini della prima guerra mondiale, ma rimane viva e presente in tanti di noi quella “tensione etico-civile” che le pagine di Jahier avevano messo in evidenza già molti anni fa:
... Guai se ti conoscesse davvero!

Riusciremo a cambiare l'altra Italia?

mercoledì 6 febbraio 2008

Un lusso che nessuno può più permettersi

Lettera al Direttore pubblicata sul Giornale di Brescia il 6 febbriaio 2008.




In questi giorni difficili per la politica italiana tanto amata quanto odiata, mi chiedo quali siano le ragioni che segnano un solco così profondo tra i partiti e i cittadini. Sembra paradossale, ma sentendo le varie dichiarazioni dei cosiddetti «leaders» questa sfiducia nei loro confronti sembra essere cosa normale, scontata, fisiologica. Come cittadino e a maggior ragione come amministratore pubblico sono profondamente deluso.

Ho 34 anni e sono figlio di quella generazione che non ha mai avuto un buon rapporto con i partiti. Oggi posso dire di essere appassionato dalla politica, intesa però come missione fatta di valori che la vita mi ha insegnato. Il mio impegno in politica è frutto di un percorso che mi costa enormi sacrifici ma che mi porta a credere che nonostante tutto le cose le migliori solo quando le vivi in prima persona. Va detto, con altrettanta chiarezza, che se la politica è ridotta così male probabilmente è anche un po’ colpa dei cittadini che spesso si scandalizzano senza fare lo sforzo di capire a fondo le tante questioni che li riguardano.

Il disinteresse è oggi un lusso che nessuno può più permettersi.

Nonostante l’ignobile spettacolo scoppiato in Parlamento una delle cose che più mi amareggia è notare come i nostri leaders si preoccupino di andare al voto trascurando il fatto che vi sia un’intera generazione che non si fida più di loro. Per i giovani il dubbio non è andare a votare subito o fra sei mesi ma semmai di non andarci proprio. Questa è forse la colpa più grande che attribuisco agli attuali Dirigenti dei partiti che ogni giorno riempiono le pagine dei giornali e dei tg con dichiarazioni sterili fatte solo per disorientare i cittadini alimentando quella repulsione che li allontana dal gente. Come dagli torto, nel centro sinistra abbiamo assistito a due anni di agonia a suon di ricatti, opportunismi tanto da portare un governo a cadere.

Nel centro destra ci si comporta da perfetti uomini di partito a caccia di potere ma da mediocri uomini a servizio dello Stato e dei cittadini. Nulla conta infatti l’unanime coro di tutte le categorie sociali e imprenditoriali che invitano questi dilettanti della politica alla «responsabilità». Mi chiedo, come si possa chiamare i cittadini al voto senza la possibilità di avere una legge che almeno non permetta ai voltagabbana di turno di far cadere un governo… E poi come ci si permette di interpretare la volontà degli italiani con le solite odiose frasi tipo «gli italiani ci chiedono... gli italiani vogliono votare ecc...».

Gli italiani sono stufi, vogliono stabilità, rispetto, buon senso, serietà. E sulla base di queste virtù sceglieranno il proprio candidato e quindi un nuovo governo sia esso di sinistra o di destra. Cari «leader» come pensate di essere credibili quando si passa da un partito all’altro, o quando si fanno dichiarazioni di fronte ai cittadini e le si sconfessa il giorno dopo, quando si lavora ad un progetto referendario per poi rinnegarlo quasi fosse un feticcio, quando si ammette «ridendo» di aver prodotto una legge elettorale con il chiaro obiettivo di rendere il governo instabile (avendo una maggioranza imbarazzante) o quando in Parlamento si hanno atteggiamenti da perfetti idioti quasi si fosse al mercato invece che in Parlamento.

Come si fa a pensare di essere ancora credibili ai cuori dei cittadini? Dov’è finita la dignità, il rispetto per i gli italiani, il senso dello Stato? Tra partiti e cittadini è rottura dunque... forse insanabile? In attesa di capirlo auguriamoci che a breve vi possa essere una nuova classe dirigente oltre che ad una legge elettorale più dignitosa.

I cittadini si facciano sentire prima che un gruppo di irresponsabili portino la fiducia dei cittadini di questo splendido Paese verso un punto di non ritorno.

Fabio Stabile - Assessore ai Servizi sociali del Comune di Borgosatollo.






martedì 5 febbraio 2008

Un'ampia tipologia di illeciti

Stralcio della Relazione del Presidente della Corte dei conti, dr. Tullio Lazzaro, e del Procuratore Generale, dr. Furio Pasqualacci in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2008. Roma, 5 febbario 2008. (Tratto dal sito della Corte dei Conti).




[…] Il denaro pubblico costituito da quanto viene versato da tutti i cittadini attraverso l’imposizione fiscale è bene primario della collettività perché è strumento e, al contempo, limite per ogni utilità sociale: dalla sanità, all’istruzione, alla difesa, allo sviluppo economico. Si comprende bene perciò quanto essenziale sia la funzione che è propria della Corte e che costituisce la sua essenza e, insieme, la sua stessa ragion d’essere: la funzione di garanzia in riguardo alla finanza pubblica. Alla Corte spetta dare al cittadino garanzia che quanto gli viene imposto di destinare ai bisogni collettivi lo sia in base ed in conformità alla legge; che quanto viene erogato lo sia secondo criteri di sana amministrazione così che da ogni spesa possa trarsi realmente il massimo di utilità possibile - unico contrappeso questo alla constatata e perdurante difficoltà di riduzione della spesa pubblica - e, non certo per ultimo, che ogni gestione di risorse pubbliche avvenga in conformità alla legge, e con la massima trasparenza perché senza di questa non vi è democrazia. […]

L’azione amministrativa deve essere efficace, efficiente ed economica, oltre che legittima, da verificare nel suo svolgimento attraverso un sistema di controlli interni e, successivamente, con i controlli esterni, che hanno per oggetto anche il funzionamento degli stessi controlli interni. […]

L’attività giurisdizionale del 2007 ha evidenziato il permanere di profili di patologia connessi all’attività contrattuale, sia con riferimento alla realizzazione di lavori ed opere pubbliche sia in tema di forniture di beni e servizi, riscontrandosi il ripetersi di fattispecie di mancata o incompleta realizzazione di opere pubbliche, mancata utilizzazione di progetti, illecito ricorso alla revisione dei prezzi contrattuali, danni conseguenti ad indebite sospensioni di lavori, interessi passivi derivanti da ritardati pagamenti, acquisti o locazioni a prezzi maggiorati, non utilizzazione di beni strumentali, scarsa programmazione degli approvvigionamenti. Frequenti i casi di irregolarità nell’affidamento e nella gestione degli appalti collegati a comportamenti integranti corruzione o concussione con conseguenti condanne per danno all’immagine della pubblica amministrazione. […]

Profili di patologia emergono dalle iniziative adottate dalle Procure regionali. Fra queste si rilevano […] trattamenti preferenziali nel settore degli appalti per lavori pubblici a fronte di corresponsione di tangenti; inerzia ingiustificata dell’amministrazione comunale nell’adozione di atti amministrativi connessi alla realizzazione di opere pubbliche con conseguente danno per la nomina di commissario ad acta; fittizie sovrafatturazioni di lavori pubblici da parte di direttore dei lavori; sovrafatturazioni per opere solo in parte o mai realizzate per lavori pubblici […] da parte di funzionari provinciali correlate a percezione di tangenti. […]

L’ampia tipologia di illeciti cui si è fatto riferimento costituisce la riprova di quanto grave ed impellente sia la situazione cui occorre far fronte.


I politici e la vergogna

Prendiamo spunto (anche) dal commento anonimo inviato sul post L'Italia e il naufragio per riportare il testo della lettera al Direttore pubblicato su BresciaOggi il 3 febbraio 2008.




Mentre molti politici non conoscono la vergogna, questa li conosce benissimo. E diventata la loro anima, e così succede che:
- non si vergogna chi per motivi personali, famigliari e giudiziari abbandona lo schieramento politico scelto alle elezioni;
- non si vergogna chi fa cadere un governo di cui era ministro senza convocare la direzione nazionale del partito, perchè lui è il partito!
- non si vergogna il sen. Barbato di dare del traditore al collega Cusumano perchè questi non ha tradito il mandato ricevuto dagli elettori;
- non si vergogna Barbato di smentire che ha sputato verso il suo collega mentre le televisioni lo riprendevano durante l’«onorevole» gesto;
- non si vergogna il capo dell’Udeur di spiegare in televisione fatti e circostanze di suo esclusivo interesse;
- non si vergogna perchè sa di essere in buona e numerosa compagnia;
- non si vergogna chi dagli scranni di An stappa bottiglie in Parlamento, tanto meno il collega che sputa frasi ingiuriose degne solo dei più facinorosi tifosi di calcio;
- non si vergogna Fini di avere firmato per il referendum che stravolgerebbe la legge elettorale da lui votata;
- non si vergogna il presidente di An di chiedere elezioni con la stessa legge che voleva modificare con il referendum;
- non si è vergognato nemmeno quando ha preteso l’allontanamento di Tremonti e poi, ottenuta la contropartita, lo ha riaccolto nel governo;
- non si vergogna Calderoli di chiedere le elezioni con la legge elettorale di cui è stato relatore e che lui stesso ha definito una porcata (non essendosi vergognato nemmeno in quella circostanza);
- non si vergognano quei politici che, per «captatio benevolentiae», fingono di sostenere la sacralità della famiglia, avendone due o tre;
- non si vergogna il politico che crea società all’estero per finanziamenti illeciti;
- non si vergogna il politico che, per decine di procedimenti giudiziari, dichiara di non essere mai stato condannato e, grazie a famosi avvocati (anche parlamentari), è sempre giunto alla prescrizione;
- non si vergogna chi in presenza di «soli» 38 partiti inventa il partitino liberal-democratico pretendendo di dettare un nuovo programma all’intera coalizione;
- non si vergognano quei politici che da decenni chiedono di essere rieletti per «servire il popolo» e poi non fanno nulla per ridurre gli assurdi privilegi di cui godono a spese del popolo;
- non si vergognano i capi di partiti «nanetti» che per paura di scomparire sia con il referendum sia con una nuova legge con sbarramento al 5%, sostengono la necessità di votare con la legge vigente che consentirebbe la loro rielezione;
- non si vergognano i ministri che per avere visibilità vanno a «Porta a Porta» a criticare i colleghi per dimostrarsi più di destra o più di sinistra, con estrema gioia del conduttore che riesce a farli litigare.


A questo punto, vergognamoci noi cittadini che, pur essendo convinti che sia opportuno ridurre il numero dei parlamentari, e ancora più convinti che sarebbe meglio non avere tanti partitini, in tutte le elezioni disperdiamo voti in tanti rivoli. Convinto da sempre che la politica intesa come ricerca di soluzioni ai bisogni della gente sia cosa nobilissima, devo arrendermi e dichiarare che preferisco il Grillo al Rospo.

(lettera firmata)

domenica 3 febbraio 2008

L'Italia e il naufragio

Il Palazzo non faccia lo gnorri: quest’Italia rischia il naufragio.
Articolo di BresciaOggi del 03 febbraio 2008, pagina 6.



Un autorevole quotidiano inglese, un paio di settimane fa, ha scritto che l’Italia è il «Paese europeo peggio governato». Ogni giorno ce n’è una. Quando non ce ne sono due, dieci, cento. Ricette salvifiche non ne conosco e, anche se ne conoscessi, mi guarderei bene dal suggerirle a chi ha in mano le redini di uno Stivale sempre più zoppo e rabberciato. La maggioranza non è più maggioranza, litiga su tutto, imitata dall’opposizione. Gli italiani stanno a guardare, ma verrà il momento in cui si stancheranno anche di guardare e invocheranno un castigamatti. A noi i castigamatti non piacciono. Non ci piacciono perché noi non vogliamo padroni. Noi vogliamo essere liberi di pensare, di dire, di scrivere quel che ci pare e piace. Noi ordini ne prendiamo solo da nostra moglie. E li prendiamo perché, se li rifiutassimo, si aprirebbe un contenzioso insostenibile. Noi vogliamo vivere in un Paese libero e democratico dove nessuno ci mette la mordacchia. Noi ci batteremo con le unghie, ormai un po’ spuntate, con i denti, ormai un po’ consunti, per scongiurare il naufragio del nostro Paese, che amiamo più a morsi e moccoli che a baci e carezze, ma amiamo. Noi, da soli, però, non bastiamo. Noi siamo una goccia infinitesimale in un pelago che è diventato un’immensa palude, che rischia d’imputridirsi in fogna. Conosco abbastanza la storia e so il rischio che corre una democrazia, ammesso che la nostra ancora lo sia, quando - come diceva il mio amatissimo Tacito - cuncta fessa, tutto è a pezzi. Quando vedo una città come Napoli, la città più bella del mondo, ridotta a cloaca, mi turo il naso e mi si stringe il cuore. Se avessi un po’ di fede invocherei un santo, a cominciare da san Gennaro. Ma, purtroppo, e lo dico con infinito rammarico, non ho questo grande, inestimabile dono e non so a chi chiedere aiuto e conforto. E non per me, che non ne ho bisogno, ma per questa zattera della Medusa che è diventata l’Italia. Rebus sic stantibus, stando così le cose, che non potrebbero stare peggio, non resta che affidarsi allo «stellone», ammesso che anche lui non abbia perso la pazienza. Lo pregherò non solo perché ci assista, ma anche perché ci mandi un taumaturgo capace di rimettere in piedi la baracca. Un taumaturgo che sia un taumaturgo, un «operatore» di prodigi, non un chirurgo. I chirurghi mi spaventano. E non solo quelli che, in sala operatoria, maneggiano bisturi,divaricatori, aghi, punti, garze. Anzi, questi, se bravi, ti salvano la vita. Mi spaventano i chirurghi che si levano dalla folla, tra la folla si fanno largo e prendono in mano le sorti del Paese. Il quale si affida a loro perché, esasperato e disperato, non sa più a chi votarsi. Gli italiani, con buona pace di chi fa finta di non sentire e di non capire, non sono più disposti a tollerare. Rospi, negli ultimi dieci anni, ne hanno inghiottiti tanti e non intendono mandarne giù altri, sempre più indigesti. L’alka selzer è finito e non c’è più bicarbonato. Questi italiani, io li vedo, li incontro. Sono stanchi di promesse, chiacchiere, impegni solenni e tromboneschi «scatti d’orgoglio». Gli italiani, a chi così male li rappresenta, chiedono ordine e pulizia, fatti e non ciance. Si può menare il can per l’aia finché il cane non si mette ad abbaiare e a mordere. Si può prendere in giro un solo individuo per tanto tempo, finché non apre gli occhi, ma non si possono prendere in giro tutti all’infinito. Gli inquilini del Palazzo, senza eccezioni e distinguo, non facciano gli gnorri. Se non vogliono uscire ingloriosamente di scena (la scena del potere) si diano, come si dice a Roma, una mossa. Se continueranno a cincischiare saranno perduti. E con loro questa Italia, frastornata e sbandata, in balia di «chiacchieroni e sagrestani».





sabato 26 gennaio 2008

Il simbolo di un Paese allo sbando

Di seguito un articolo pubblicato il 22 gennaio 2008 sul quotidiano Libero dal titolo "Gli indecorosi cannoli di Cuffaro, simbolo di un Paese allo sbando".



venerdì 18 gennaio 2008

Sacrifici per tutti tranne che per la casta

Articolo pubblicato su BresciaOggi di venerdì 18 gennaio 2008 - Sacrifici per tutti tranne che per la «casta»



Ci verrebbe di prenderle a sberle a una a una le facce di tolla dei nostri parlamentari, 953 stramusoni dispensati equamente tra deputati e senatori, compresi i sette senatori a vita per i quali, in ossequio alla veneranda età, ci si potrebbe limitare all’insulto libero, magari scatologico che è sempre efficace oltre che, mai come in questo caso, pertinente.
Dopo avere strombazzato ai quattro venti che si sarebbero ridotti gli stipendi del 10 per cento «in ossequio alla richiesta di sobrietà di tutte le istituzioni» e dopo aver mantenuto solo parzialmente la promessa in virtù di uno scaltro codicillo che gli garantiva uno sconto del 4 per cento, salvo compensare totalmente il «sacrificio» incamerando lo scatto biennale del 6, adesso i 630 deputati, con la furbizia del chierichetto che di nascosto tira dall’ampollina una boccata di vino e si asciuga furtivamente le labbra sulla manica della cotta, si sono ritoccati l’indennità di 200 euro lordi, 127 netti, che porteranno a 5.613,59 euro la consistenza della loro busta paga, più le ovvie laute maggiorazioni (quasi un altro stipendio) per le varie cariche e la carriolata di privilegi e benefit.

E i senatori? Il nobile «sacrificio» graverà allora solo sulle loro spalle di rappresentanti della Camera Alta, quella che insomma dovrebbe dare il buon esempio alla Bassa? Neanche per idea. Mica sono scemi. Si erano già cautelati opponendosi al congelamento degli scatti automatici e «obbligando» quindi, per una questione di equità, i colleghi deputati a colmare il dislivello retributivo che è appunto di 200 euro. Mentre la Nazione tira la cinghia, mentre milioni di famiglie vivono nell’angoscia di non potercela fare ad arrivare in fondo al mese (e molte non ce la fanno), flagellate, come sono, da carovita, tasse e bollette, loro - i nostri parlamentari - usano una parte dei soldi che ci vengono sottratti con l’aumento delle imposte per arrotondarsi disinvoltamente gli stipendi, che sono già schifosamente i più alti del mondo.

Mentre il governo ci salassa la tredicesima e lo stipendio di dicembre grazie al conguaglio dell’Irpef legato alle nuove aliquote fiscali elaborate da De Sade-Visco, loro, quelli che con i nostri voti abbiamo mandato in Parlamento, continuano a vivere il loro incosciente Bengodi, infischiandosene delle sofferenze e delle emergenze del Paese. Il loro motto trasversale (non è un luogo comune sostenere che quando sono là sono tutti uguali, a qualsiasi partito appartengano) è «Magna, beve e fottetenne», come dicono, e molti fanno, a cominciare dagli amministratori pubblici, a Napoli che il malgoverno, con la complicità di parlamentari e ministri, ha ridotto a un’immensa cloaca che sta sputtanando il nome dell’Italia nel mondo.

Cosa gliene frega a loro del popolo bue di cui non fanno più parte e non condividono più i problemi dal preciso momento in cui dal popolo bue sono stati eletti diventando membri della Casta edonista e spesso fannullona cui basta arrivare a sprofondare per qualche mese le posaderas nel velluto rosso di una poltrona di Montecitorio o di Palazzo Madama per aver diritto a una pensione da leccarsi i baffi, e non solo quelli, mentre i poveri cristi devono lavorare minimo trent’anni per conquistarsi un vitalizio spesso da fame?

Quanto poi i nostri disonorevoli siano vicini al Paese reale, lo dimostra la consistenza di quello che hanno versato al fondo istituito a favore delle famiglie delle vittime del rogo della Thyssenkrupp: 6 mila euro in tutto, 9 euro e mezzo a testa. Eppure li puoi insultare, li puoi mettere alla gogna in libri e libelli, li puoi odiare, ma niente li può smuovere, niente li può cambiare. La loro poltrona è più importante del nostro disprezzo. Che, sia ben chiaro, non è disprezzo per le istituzioni, ma per chi, senza averne le qualità morali, le occupa.



domenica 6 gennaio 2008

Chi toglierà le castagne dal fuoco?

Articolo di BresciaOggi del 06 gennaio 2008.
Un Paese smarrito e l’incognita di uno scossone


Ad ogni fine d'anno tiriamo grandi somme, enunciamo grandi propositi e annunciamo grandi programmi. Il nuovo sarà diverso, e diversi, e migliori, saremo noi. Non commetteremo più tanti errori, o non quanti ne abbiamo commessi. Deporremo le ambizioni sbagliate e punteremo a traguardi più alti e nobili. I partiti di una coalizione s'impegneranno a esserle fedeli e sempre più schierati contro l'avversario politico e i suoi alleati. Il capo del governo, chiunque sia - di destra, di sinistra, di centro, di sopra, di sotto - proclamerà che l'emergenza ce la siamo lasciata alle spalle. I tempi nuovi saranno forieri di quelle riforme di struttura (espressione sempre di moda) che cambieranno il volto del Paese. Il capo dell'opposizione ripeterà quel che ha già detto e stradetto: che l'esecutivo in carica se ne deve andare prima che sia troppo tardi, prima che il Paese, già in crisi, vada in tocchi. La musica non sarà più la stessa.


Parole, parole, parole. Perché tutto resterà come prima e, forse, rebus sic stantibus, sarà peggio di prima.Non perdo occasioni di fare dichiarazioni d'amore all'Italia che, con le sue infinite magagne, sempre emendabili e mai emendate, non baratterei con nessun altro lido al mondo. È la mia terra, è la mia patria, ma questo non toglie che tante cose non funzionano. O non funzionano come dovrebbero. Non funzionano anche per colpa nostra, ma noi, noi cittadini, nel bene e nel male, abbiamo in mano una sola carta, possiamo esercitare un solo diritto: quello di voto.Mi direte che non è una carta da poco, che non è un diritto da sottovalutare. Ma se nelle urne abbiamo fatto una scelta sbagliata, quella opposta non lo sarebbe stata meno. Abbiamo votato per i partiti e le coalizioni in cui avevamo più fiducia: l'Unione progressista o la Casa delle libertà moderata. E' andata com'è andata. E com'è andata lo constatiamo de visu.


L'Italia che ci siamo appena lasciati alle spalle è stata peggiore della precedente. E tutto lascia supporre, e temere, che quella che si è appena inaugurata non sarà migliore.Io non amo dare consigli, come non amo riceverne. I consigli ognuno dovrebbe tenerli per sé. I consigli non servono. Servono solo gli esempi. Ma esempi non ne dà nessuno perché tutti si aspettano che gli altri facciano il loro dovere. E gli altri si aspettano che lo facciamo noi. Ed è una delusione per entrambi.Eppure in questo Stivale a brandelli, in questo Paese che vive alla giornata, non si può più stare con le mani in mano. Le castagne nel fuoco le abbiamo messe noi (e negli ultimi vent'anni, forse anche trenta, ne abbiamo messe tante, troppe). Ora tocca a noi, e a noi soltanto, tirarle fuori. Ma nessuno le vuole tirare fuori perché le castagne scottano.


Consigli non ne do, ma qualche considerazione lasciatemela fare. Perché viviamo un momento così difficile e amaro? Perché l'Italia di oggi è più ingovernabile di quella di ieri, e quella di domani, se la musica non cambia, ci farà rimpiangere l'attuale? Perché le chiacchiere - come dicono a Roma - stanno a zero. Qui non è più questione di idee o d'ideologie. Idee in giro ce ne sono poche e le ideologie, che saranno anche delle truffe, ma vincolano a una certa coerenza, sono morte e sepolte. E così ci troviamo senza punti di riferimento, senza paragoni, senza obiettivi da raggiungere. Non crediamo più in nulla perché abbiamo perso ogni fiducia. Quella in chi ci rappresenta e, ciò che più conta, ed è anche peggio, in noi stessi. Ci è venuta meno la forza di reagire. E, infatti, tiriamo a campare. Fino a quando, non lo so. Ci vorrebbe uno choc, un'emergenza che ci scuotesse dall'inerzia in cui siamo piombati, Staremo a vedere. Ma, forse, se qualcosa succederà, sarà meglio chiudere gli occhi.


giovedì 3 gennaio 2008

La casta

Articolo di BresciaOggi pubblicato mercoledì 02 gennaio 2008.

"Superato il milione di copie - La casta, il via ad un nuovo filone editoriale"


Ha ormai superato abbondantemente il milione di copie e in pratica ha inaugurato un nuovo filone editoriale: La casta (Rizzoli), firmato dai due giornalisti del Corriere della Sera Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, è stata la rivelazione dell’anno che si è appena chiuso. Un titolo geniale diventato un modo di definire una classe politica mai così lontana dai cittadini tanto da scatenare un movimento antipolitico di cui Beppe Grillo è diventato uno dei protagonisti.Una inchiesta da manuale sugli sprechi della politica che venne presentata dalla stessa Rizzoli in maniera forte: «Aerei di Stato che volano 37 ore al giorno, pronti al decollo per portare Sua Eccellenza anche a una festa a Parigi. Palazzi parlamentari presi in affitto a peso d’oro da scuderie di cavalli. Finanziamenti pubblici quadruplicati rispetto a quando furono aboliti dal referendum. "Rimborsi" elettorali 180 volte più alti delle spese sostenute».

Ma in cosa consiste la casta? «Nel merito nessuno risponde - spiegava Stella a Radio Radicale - l’essere casta consiste in questo. E nel non curarsi neppure più delle critiche. C’è la convinzione che sia un attacco alla democrazia, ad esempio, chiedere come sia possibile che Bassolino abbia avuto nel 2004 un fondo spese per la rappresentanza dodici volte più alto di quello del presidente della Repubblica tedesco. Io mi chiedo se questo sia un modo serio di rispondere in un dibattito. Accusando chi fa inchieste di qualunquismo e demagogia. Come se fossero i giornalisti ad allontanare la gente dalla politica semplicemente denunciando questi atteggiamenti parassitari».

Insomma, Stella e Rizzo hanno fatto da apripista perché nel solco da loro tracciato si collocano altri libri-denuncia su un certo modo di fare politica in Italia: ecco così Sprecopoli, scritto per Mondadori da Mario Cervi e Nicola Porro. Anche in questo caso, sottolineano gli autori sin dalle prime battute, «lo scandalo è sotto gli occhi di tutti»: per finanziare «una politica costosa e senza progetto», portata avanti da un esercito di 179 mila eletti (dati Confindustria), i cittadini italiani spendono ogni anno ben quattro miliardi.È stata poi la volta di Antonello Caporale, giornalista della Repubblica, che ha voluto pure lui toccare con mano l’Italia degli sprechi e dare alle stampe Impuniti. Storie di un sistema incapace, sprecone e felice (Baldini Castoldi Dalai Editore).

Milena Gabanelli firma invece Cara politica. Come abbiamo toccato il fondo, cofanetto Bur composto da un libro e da un dvd con quattro inchieste realizzate per «Report». Il tema è ancora una volta quello dei costi «elevati e ingiustificati» della politica italiana.E spunta anche la casta dei giornali e quella dei giornalisti contro la quale si è scagliato Grillo il quale ha già annunciato un nuovo V-Day, questa volta sull’informazione. La casta dei giornali è il titolo di un libro firmato da Beppe Lopez (coedizione Stampa Alternativa - Eri Rai). Un pamphlet che affronta il problema del finanziamento statale dei giornali, circa 700 milioni di euro in un anno. Una somma - spiega il libro - che finisce, sotto forma di contributi diretti o indiretti, nelle casse di grandi gruppi editoriali, organi di partito, cooperative, giornali ma anche - è la denuncia di Lopez - di finti giornali e «movimenti» o di cooperative fasulle.


sabato 17 novembre 2007

Se la politica è a circuito chiuso

di Piero Ignazi – stralcio di un articolo tratto dal magazine “Ventiquattro”

Il nostro sistema politico non ha mai goduto di molta fiducia da parte dei cittadini. Le ragioni sono antiche. Risalgono indietro nel tempo, nei lunghi secoli di dominio autocratico da parte di piccole e grandi dinastie, tanto nazionali quanto straniere. E’ una zavorra della quale non ci siamo liberati né al momento dell’unità nazionale, né con il ritorno della democrazia nel dopoguerra. […]

Nonostante il distacco e la diffidenza verso lo Stato, ancora abbondantemente presenti nella fase repubblicana, i cittadini italiani non si sono mantenuti lontani dalla politica: al contrario, hanno partecipato massicciamente a tutte le tornate elettorali conquistando primato internazionali, hanno aderito a milioni ai partiti politici, si sono mobilitati a ripetizione in migliaia di manifestazioni.

Il coinvolgimento non è mancato, nonostante un brontolio di fondo di insoddisfazione. O forse è avvampato proprio grazie a quel brontolio, in un desiderio titanico di cambiare le cose. La passività e la rassegnazione che tanto stupivano gli studiosi stranieri che facevano il loro dottorato girando per i paesini del Sud (su tutti merita una citazione il celeberrimo libro di Edward C. Banfield "Le basi morali di una società arretrata", riedito da Il Mulino nel 2006) si mescolava con un’intensa partecipazione alla vita politica. Sono infatti proprio lo spirito di fazione e la contrapposizione tra schieramenti, altro tratto costante della storia nazionale, ad aver fatto da molla; la propensione all’apatia è stata superata dall’accensione dell’elemento gladiatorio, di scontro, tipico peraltro della politica.

Questo meccanismo virtuoso ha però delle controindicazioni. Se esasperato può portare sulla soglia della guerra civile. Oppure alla saturazione, al surmenage, per usare una metafora sportiva. Oggi siamo arrivati a questo punto. Delle polemiche tra i partiti, delle baruffe tra i ledaer, della loro onnipresenza, ogni giorno, più volte al giorno, su tutti i canali televisivi, i cittadini italiani non ne possono più. L’urlo becero e volgare di Beppe Grillo non avrebbe avuto tanta eco se non fosse caduto su un terreno ricettivo.

L’insoddisfazione per i partiti non è comunque solo un problema nazionale. Investe tutte le democrazie, pur con le distinzioni del caso. Ma in altri paesi sono state adottate contromisure per fronteggiare l’ondata antipartitica. I maggiori partiti, ad esempio, hanno reso più facile l’adesione, hanno dato agli scritti più potere nella scelta dei candidati alle elezioni e alle cariche interne e hanno convocato referendum interni su grandi scelte politiche. E da ultimo hanno creato siti internet per interagire direttamente con i cittadini.

In Italia le innovazioni vanno a rilento. […] Se è difficile restaurare la fiducia in un’impresa collettiva qual è il partito, i rappresentanti hanno invece ancora delle chance per non perdere il contatto con i cittadini. La cultura della rispondenza dei propri atti nei confronti dell’elettorato non è ancora pratica corrente da noi. […]

Se la classe politica vuole uscire dalla crisi che l’ha investita, è bene prenda esempio dalle vecchie democrazie anglosassoni e si renda più accessibile e trasparente ai cittadini.